Una domus romana sotto l’ex distretto militare: la scoperta che riscrive il passato di San Giusto
Nel giardino del complesso i resti del I-III secolo dopo Cristo: la villa, privata, si estendeva vicino alla basilica e comprendeva delle terme. Lo scavo nel corso della riqualificazione avviata da Edilimpianti e Schiavone

Chissà quanti triestini hanno calcato il terreno di quel giardino, nella sessantennale storia del distretto militare di San Giusto. Ma forse neanche l’ufficiale più estroso poteva immaginare cosa fosse nascosto sotto ai suoi piedi: quasi duemila anni prima, proprio nell’area dove centinaia di coscritti transitavano ogni giorno, sorgeva il punto più estremo di una domus romana, un’enorme residenza dotata di terme i cui resti sono ora venuti alla luce.
È una scoperta che sta entusiasmando gli archeologi non solo per il buono stato di conservazione delle parti riemerse, ma anche perché queste vanno a integrare – e a ridefinire – le teorie sull’origine più remota del colle, tra le attuali via del Castello e via delle Monache.
Il contesto
Gli scavi, condotti nei mesi passati, si inseriscono nell’ambito del recupero dell’ex distretto militare a opera di Edilimpianti e di Schiavone costruzioni. Il progetto – come raccontato in più occasioni dal Piccolo – andrà a realizzare una cinquantina di appartamenti riqualificando il complesso e la limitrofa Casa Marenzi, entrambi acquisiti nel 2024.
Nell’investimento – 30 milioni di euro, tra i più cospicui in corso d’opera – era stata messa in conto una ricognizione preliminare tanto all’interno quanto all’esterno, visto l’acclarato valore storico dell’immobile. Le indagini sono state effettuate sotto la supervisione della Soprintendenza e in coordinamento con l’architetto Enzo Chessa, direttore lavori e progettista.
Le tracce
«Era un’occasione unica», rimarca il funzionario delle Belle arti Roberto Micheli, dando inizio al sopralluogo accompagnato, sul fronte archeologico, da Pietro Riavez di Archeotest.
Appena varcato il portone d’ingresso, tra le impalcature e gli operai al lavoro nel cantiere, si incontra il frammento di una colonna, sormontata a sua volta da una incisione su pietra con l’epigrafe latineggiante di Pompeo Coronini. La data appresso, 1641, richiama la funzione plurisecolare del palazzo come sede vescovile e “Pompeus Coroninus” fu in effetti una delle personalità di spicco che vi abitarono.

Ma le reminiscenze secentesche vengono presto abbandonate a favore di più antiche rievocazioni. Si percorre qualche metro per arrivare al cortile e le lancette del tempo vengono spostate indietro di un millennio e mezzo. Lo scenario che si dischiude una volta scesi nel giardino è in grado di impressionare anche chi non è avvezzo a visite archeologiche: pur lontano dall’esser rifinito, lo scavo colpisce per la sua ampiezza che va a delimitare buona parte dell’area esterna.
Un reperto, in particolare, ha destato da subito l’attenzione degli esperti. È il contorno ben visibile di una vasca, rivestita di malta idraulica e caratterizzata da un motivo a spina di pesce.
La datazione la colloca nel primo sviluppo urbano di Tergeste, tra il I e il III secolo dopo Cristo. Da qui – raccontano Micheli e Riavez – si è potuto risalire alla funzione: la vasca era a servizio delle terme di una residenza, che si estendeva a monte quasi sovrapponendosi agli attuali confini dell’ex distretto militare.
Una domus perciò di dimensioni notevoli, verosimilmente frequentata da una o più famiglie facoltose, di cui si sono conservati alcuni resti riaffiorati nel giardino. Una scoperta che arricchisce le conoscenze sulla fisionomia di San Giusto nel periodo di massima fioritura romana: accanto alla basilica, lungo il versante che dà appunto sull’odierna via del Castello, sorgevano delle ville private, un’altra delle quali era già stata intercettata all’altezza di via dell’Ospitale.

Le ipotesi
La domus romana rappresenta solo l’apice delle indagini archeologiche. La vasca delle terme, infatti, era connessa a un ingegnoso sistema di riscaldamento dell’acqua che è stato ricostruito grazie al confronto con altri importanti siti di scavo, a partire da Pompei.
La dicitura tecnica è testudo – da non confondere con il più celebre equivalente militare – e per facilitare la spiegazione può essere considerato come una sorta di boiler ante litteram (ci perdoneranno gli esperti). Vi era un focolare in cui veniva bruciato il legno (e infatti è stata ritrovata della cenere) dal quale usciva il calore che, attraverso un camino, giungeva appunto alla testudo-boiler. E così si riscaldava l’acqua della vasca, a beneficio di chi lì accanto godeva dell’impianto termale.
Sono risultati estremamente significativi non solo per intuire l’organizzazione romana degli spazi, ma anche e forse soprattutto per comprendere lo stile di vita dell’epoca, la sofisticatezza delle soluzioni architettate per gli scopi più diversi, insomma, per approfondire le caratteristiche della loro civiltà.
Le prospettive
Ecco allora che lì vicino, muovendosi in direzione di via delle Monache, sono comparse le tracce di una bottega alimentare risalente allo stesso periodo in cui erano attive la domus e le terme. Anche in questo caso i reperti consentono di allargare l’orizzonte alla quotidianità della Tergeste del I-III secolo dopo Cristo: all’interno non sono stati rinvenuti resti di carne, bensì pesce in abbondanza e qualche volatile.
Era pur sempre una città di mare, ma la selettività è comunque indicativa: «È come se la bottega avesse un’offerta precisa», chiosa Riavez, mentre l’immaginazione indulge con facilità nel rievocarne aspetto e clientela.
Già in epoca tardoantica la domus aveva cessato di esistere. Nel Medioevo i suoi spazi sono stati rimaneggiati a luogo di sepoltura, fino alla costruzione nel XIII secolo del palazzo ora oggetto di riqualificazione.
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