La Serbia fa barriera sull’import di acciaio: Sarajevo nel mirino
Il provvedimento di Belgrado colpisce direttamente la Bosnia inasprendo ulteriormente i rapporti: proteste e contromisure

Ci sono i dazi di Trump, quelli già applicati e quelli evocati come una clava dal presidente Usa, misure punitive che hanno sconquassato i rapporti euroatlantici. Tanti altri conflitti commerciali in corso o in cantiere, in mezzo globo, dividono e fanno litigare le grandi potenze. Ma una più circoscritta battaglia a colpi di dazi e barriere doganali si sta preparando anche nel cuore dei Balcani, minore per dimensioni rispetto a quelle dei grandi del mondo, ma capace comunque di creare profonda instabilità. E di generare imprevedibili, profonde conseguenze economiche e pure politiche.
È quella che sta già agitando i sempre delicati rapporti tra due Paesi balcanici, la Serbia e la Bosnia-Erzegovina. La miccia è la decisione di Belgrado di imporre, per almeno sei mesi e dunque sino alla fine di giugno, limitazioni forti alle importazioni dall’estero di prodotti di acciaio e ferrosi, come tondi in acciaio nervato per l’armatura del calcestruzzo, ma anche bobine laminate a caldo, barre d’acciaio sempre per cemento armato o anche per quello idraulico chiamato Portland.
Il provvedimento è stato introdotto attraverso un decreto emesso a fine dicembre con l’obiettivo di «proteggere la stabilità economica di industrie di importanza strategica» per la Serbia, si legge nel testo, e va a impattare sull’import da «Unione europea, Turchia, Bosnia-Erzegovina, Albania e Paesi della regione».
Ma se una capitale, Belgrado, sulla carta mira a proteggere la propria economia, un’altra, Sarajevo, già patisce pesanti effetti. È infatti proprio la Bosnia la vera prima vittima delle quote decise dalla Serbia. Nel 2023 e nel 2025 la Bosnia ha infatti esportato prodotti ora nel mirino per oltre 210 mila tonnellate. Ora, con le nuove regole, dalla Bosnia potranno arrivare meno di 40 mila tonnellate, fino a giugno. Quelle eccedenti,saranno sottoposte a pesantissimi dazi, fino al 50%.
Non è finita. L’applicazione delle quote potrebbe provocare altri disagi a dogane già sovraccariche e tempi d’attesa più lunghi per gli autotrasportatori. Con perdite per decine di milioni di euro per la Bosnia. A Sarajevo così c’è maretta e si evocano contromisure, in quella che potrebbe trasformarsi in una vera guerra dell’acciaio e del cemento. Dopo aver esaminato la risoluzione sulle quote, «esprimiamo preoccupazione a nome delle aziende, quelle degli esportatori di questi prodotti in Serbia», perché, sulla base dei dati degli anni precedenti, i limiti potrebbero essere superati «già nel primo trimestre», ha denunciato l’influente Camera del commercio estero della Bosnia-Erzegovina (Vtk-StkBih), chiedendo una rapida reazione alla Bosnia.
I danni intanto sono già visibili, con «costi finanziari diretti e crescenti» a causa di «soste prolungate dei camion, sanzioni, costi di trasporto aggiuntivi, ritardi nelle consegne ai clienti in Serbia, interruzioni nelle catene di fornitura di produzione e costruzione», ha svelato la Camera. Le misure «hanno un impatto significativo» e rappresentano «una violazione dell’accordo di libero scambio» nei Balcani, il Cefta, ha sottolineato il presidente della Vtk, Ahmet Egrlić. «La Serbia sta iniziando una guerra economica con la Bosnia-Erzegovina che potrebbe costarle cara», ha avvisato l’economista Aleksa Milojević. Questo perché Sarajevo potrebbe rispondere, colpendo magari l’import alimentare dalla Serbia, uno dei “motori” dell’economia del Paese balcanico. —
Riproduzione riservata © Il Piccolo






