Conflitto in Kosovo, Thaçi condannato a 25 anni per crimini di guerra
La sentenza di primo grado del tribunale dell’Aja. L’ex presidente si trova già in carcere, dove si è consegnato nel 2020. A Pristina una folla ha assistito al verdetto sui maxischermi. Condannati con lui altri tre ex alti esponenti dell’Esercito di liberazione

Condanne pesantissime, anche se inferiori alle richieste della procura. E una sentenza che rappresenta inevitabilmente, malgrado le puntualizzazioni della stessa Corte, una macchia sull’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk). Sono le condanne di primo grado, e dunque appellabili, emesse dalle cosiddette Camere specializzate del Kosovo (Ksc), tribunale inglobato nell’ordinamento giudiziario kosovaro, ma con sede all’Aja e giudici internazionali – anche per meglio proteggere i testimoni – incaricato di indagare e far luce sui presunti crimini commessi da membri dell’Uçk prima, durante e dopo la guerra del 1999.
La Ksc aveva in agenda l’emissione del verdetto in un procedimento storico, anzi, nel processo per eccellenza, ovvero quello con imputati l’ex presidente kosovaro Hashim Thaçi e altri tre ex alti papaveri dell’Uçk, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, tutti poi saliti a fine conflitto a posizioni apicali in politica. I quattro, ricordiamo, erano accusati di svariati crimini di guerra e contro l’umanità – tra cui persecuzioni, omicidi, torture e sparizioni forzate di persone – che sarebbero stati commessi da membri dell’Uçk durante la guerra per l’indipendenza dalla Serbia, tra il 1998 e il 1999. I crimini degli allora comandanti dell’Uçk, da tre anni alla sbarra, «sono stati provati senza ombra di dubbio», aveva assicurato durante le arringhe la procuratrice Kimberly West, chiedendo per tutti gli imputati una condanna a 45 anni di carcere. «Mi aspetto di essere assolto da tutte le imputazioni», l’auspicio di Thaçi, che si è sempre dichiarato innocente, come d’altronde tutti gli altri co-imputati.
Speranze che sono state spazzate via dalle parole del giudice Charles Smith, che alle 10 in punto ha iniziato la lettura della sentenza. Smith, prima di entrare nel vivo, ha tenuto a precisare che sul banco degli imputati «non c’è la legittimità dell’Esercito di Liberazione del Kosovo», ma che i giudici si sono occupati solamente di «crimini che sarebbero stati commessi» da singoli, ai tempi ai vertici della catena di comando politico-militare dell’Uçk, uniti da un «comune proposito criminale».
I quattro, ha così stabilito il Tribunale, sono stati giudicati colpevoli di svariati «crimini di guerra», incluse «detenzioni arbitrarie» contro 385 persone rinchiuse in siti illegali in Kosovo e in Albania, «trattamenti crudeli» contro altri 49, «tortura» nei confronti di 303 individui e «omicidio», con 96 vittime. Vittime che erano in gran parte «oppositori dell’Uck», inclusi albanesi, ma anche serbi e rom, oltre che presunti collaborazionisti del regime di Milošević o spie.
Thaçi, ha stabilito la Corte, è colpevole, perché era membro dello stato maggiore dell’Uçk e una figura-chiave nel processo decisionale che portò alla commissione dei crimini. Stesso discorso per Veseli, ai tempi capo dell’intelligence dell’Uçk. Selimi, ispettore generale all’epoca, pur avendo secondo i giudici minor potere rispetto agli altri imputati, tollerò gravi violazioni, partecipò personalmente ad alcuni arresti e detenzioni e contribuì in altri modi al comune proposito criminale. Krasniqi, infine, come membro della dirigenza e della direzione politica dell’Uçk, «incoraggiò» la commissione dei crimini e assassinii pensati come «misure punitive» contro i «collaborazionisti». La Corte non ha tuttavia condannato i quattro imputati per crimini contro l’umanità, perché non è stata provata oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza di un «attacco diffuso o sistematico diretto contro una popolazione civile», requisito necessario per configurare quel tipo di reato.
Ma è stata solo una magra consolazione. La conferma è arrivata con la lettura delle condanne, emesse «in nome del popolo del Kosovo». A Thaçi sono stati inflitti 25 anni, stessa pena anche per Krasniqi; 18 anni invece a Veseli e 13 a Selimi. Ai quattro verranno abbuonati gli anni già trascorsi in detenzione. Si è trattato di un «fallimento della giustizia, un giorno nero», il commento dell’avvocato di Thaçi, Pierre-Richard Prosper, che ha subito confermato che il suo cliente, come gli altri condannati, presenteranno appello. Prosper ha poi sollecitato Usa e Nato a vigilare, perché la condanna di ieri, implicitamente, suggerirebbe che Alleanza atlantica e Washington avrebbero «collaborato» con quella che i giudici hanno di fatto definito «una organizzazione criminale», leggi l’Uçk.
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