Morto d’amianto, 920mila euro ai familiari

Fincantieri condannata a risarcire la vedova e i cinque figli di un operaio di Monfalcone deceduto a causa di un tumore ai polmoni

MONFALCONE. Un risarcimento di 720mila euro, che con gli interessi legali diventano di 920mila. Questo l’importo disposto dal giudice del lavoro di Gorizia a favore della famiglia di un operaio del cantiere navale di Monfalcone deceduto a causa di un tumore ai polmoni (mesotelioma pleurico e asbestosi) contratto a seguito di una prolungata esposizione all’amianto sul luogo di lavoro. Una morte che secondo la sentenza emessa dalla dottoressa Barbara Gallo si sarebbe potuta evitare se solo si fossero adottate le previste misure antinfortunistiche.

Per 36 anni, dal 1942 al 1978, era sempre stato a contatto con l’amianto. Quello stesso amianto, che respirato giorno dopo giorno lo aveva fatto ammalare e portato alla morte, sopravvenuta nel 2001. M.F., operaio al cantiere navale di Panzano, se ne andò dopo lunga malattia lasciando nel dolore la moglie, che aveva 72 anni, e cinque figli, all’epoca del decesso tutti, fortunatamente, già adulti ed indipendenti.

Convinti però che quella morte si sarebbe potuta evitare, assistiti dall’avvocato Marco Bianca, fecero causa all’azienda navalmeccanica, oggi Fincantieri, dove l’uomo aveva lavorato come saldatore. Un processo civile conclusasi a favore dei familiari di M.F. e la condanna dell’azienda navale a versare 120mila euro alla moglie (più gli interessi maturati) e pari importi ai cinque figli e a pagare le spese legali quantificate in 15mila euro.

Il lavoro come fabbro nave metteva M.F. a contatto quotidiano con il minerale killer. Per le saldature venivano infatti utilizzate resistenze a base di amianto e diverse protezioni realizzate in fibre di asbesto come guanti, ghette, gambali e anche tute.

«Si trattava - scrive il giudice Gallo nella sentenza depositata giovedì scorso - di operazioni richiedenti il contatto diretto con residui vari a base di amianto nonché su parti già coibentate, con conseguente esposizione alla diffusa produzione di polveri di asbesto (per loro natura incolori, inodori, insapori, invisibili, mobili, volatili e perenni) che si depositavano all’interno degli ambienti di lavoro, spesso angusti e ristretti a bordo nave, privi di adeguati sistemi per un effettivo ricambio d’aria e soprattutto di efficaci misure di smaltimento o di riduzione delle polveri d’asbesto (che finivano in una sorta di meccanismo di mero ricircolo dell’aria all’interno della nave), fatti salvi i fumi di saldatura che venivano aspirati (e comunque riciclati “poco oltre”) con una manichetta mobile».

Insomma, le lavorazioni avvenivano in un ambiente altamente contaminato. . Sacchi di materiale deteriorabile contenenti un impasto usato per le coibentazioni a base di polvere e fili di amianto venivano usati per sedersi.

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