500, VOGLIA DI RIPRESA
Se le cronache e le prime sensazioni non ingannano, la nuova Fiat 500 non è solo un prodotto di qualità e di pregio che ha indovinato il momento e il mercato. Non è decollata solo perché ha avuto un intelligente lancio mediatico, capace di collegare passato e futuro, nostalgia e speranza. E non è solo il segnale di un ottimo lavoro compiuto dall'azienda negli ultimissimi anni, il che già basterebbe.
La nuova 500, e più ancora il clima che l'ha accolta, potrebbero essere la spia di qualcosa di più generale. L'Italia che quel prodotto sembra delineare parrebbe infatti molto diversa da quella che ci veniva riconsegnata fino a poco tempo fa dalle indagini di istituti di ricerca seri, abituati a cogliere nel segno. Il Censis e l'Eurispes ad esempio ci hanno proposto sino a ieri un'Italia smarrita, incapace di grandi proiezioni nel futuro, caratterizzata da strategie non virtuose di adattamento al presente: fra economia sommersa ed evasione fiscale, per intenderci.
C'era molto del vero, lo sentivamo e lo sentiamo, così come c'era e c'è molto del vero in quelle diffuse paure di declino, in quella "sindrome dei penultimi" che il sociologo Ilvo Diamanti ha acutamente tratteggiato. Quelle preoccupate diagnosi non sono infondate, ma forse c’è nel paese anche qualche sintomo diverso. Nel grande fascino dell'evocazione del "miracolo economico" degli anni Cinquanta non sembra esserci solo il rimpianto di uno slancio e di un ottimismo perduto. Sembra esserci anche un barlume di speranza: speranza di miracolo, oggi e qui.
Voglia di ritornare a Volare, per dirla con il Modugno di allora. Non è necessariamente un buon segno, naturalmente. C’era speranza e grande ottimismo anche nell'Italia degli anni 80, uscita dal tunnel del terrorismo, guarita o quasi da quel terribile male (quasi, ci dicono le cronache di oggi). Non era guarita invece da più sotterranee e profonde degenerazioni che segnavano sia il sistema politico che l'economia, al di là della febbre borsistica di quel periodo. «Faccio denaro con il denaro», dice di sé il protagonista del film ”9 settimane e ½”, un broker di Wall Street, e furono in molti anche in Italia ad avere quel mito. Sappiamo come finì, all'inizio del decennio successivo. Il tracollo del sistema politico dopo Tangentopoli e una crisi economica profonda squassarono allora il sistema Italia e il Cavaliere di Arcore scendendo in campo promise, appunto, "un grande, un nuovo, uno straordinario miracolo italiano": anche in questo caso sappiamo come è andata a finire. Sognare il miracolo non è dunque necessariamente un bene, ma senza sognare un miracolo è ben difficile che esso si realizzi. Va aggiunto che i segnali di oggi appaiono effettivamente diversi da quelli degli anni Ottanta e Novanta.
La Fiat del 2007 non fa "denaro con il denaro": lo fa con strategie aziendali e di mercato, lo fa con il rischio produttivo. E all’immagine coniuga l'alta qualità tecnologica, a giudicare dai primi giudizi e dalle prime impressioni. Sembra inoltre rispondere ad esigenze di costi contenuti in termini finanziari ma anche in termini ambientali, o in riferimento alla congestione delle città. Insomma, assieme ad una nuova vettura la Fiat ha presentato in questi giorni una strategia di impresa: sembra una proposta convincente, può essere uno stimolo per alcuni settori, almeno, del nostro sistema produttivo. Può orientare in modo nuovo gruppi di aziende ma anche, in parte, immaginari e comportamenti. Diciamoci la verità: la Fiat un po’ lo doveva, a questo paese. Quel che va bene all'Italia va bene alla Fiat, ha detto il suo amministratore delegato, Sergio Marchionne, e perfino "La Stampa" ha ricordato che è l'esatto contrario della pessima massima del vecchio Valletta (peraltro geniale inventore sia della 600 che della 500): secondo Valletta, infatti, quel che andava bene alla Fiat doveva andar bene anche all'Italia. Seguendo questa bussola proprio nella fase del "miracolo", fra anni Cinquanta e Sessanta, la Fiat ha premuto per uno sviluppo incentrato sul trasporto privato: e il potere politico (il potere democristiano di allora, per capirci) ha abbandonato a se stesso il trasporto pubblico nel momento stesso in cui aveva bisogno di maggior sostegno, in un'Italia in magmatica trasformazione.
Seguendo la stessa bussola la Fiat ha congestionato Torino, costringendo gli operai immigrati (dalle campagne povere del nord prima, e del sud poi) a vivere con bassissimi salari in una città spesso estranea od ostile, e comunque impreparata ad accoglierli. Alla fine degli anni Sessanta ho visto anch’io decine di immigrati meridionali dormire nella stazione di Porta Nuova, non era un'invenzione giornalistica. Sempre seguendo quella bussola la Fiat ha ridotto poi drasticamente l'occupazione negli anni Ottanta, generando nuove povertà. Talora disperazioni, come racconta bene un libro di Marco Revelli, Lavorare in Fiat. A proposito: la nuova Cinquecento si produche a Tychy, in Polonia, sulle linee della Ford.
Se quegli impianti non dovessero bastare, ha detto sempre Marchionne, "potremmo pensare a nuovi siti, non esclusi quelli italiani". Non esclusi: non è un po’ poco? D'accordo, l'economia globale è una cosa seria, ha regole serie: se non le si rispetta si è fuori. È verissimo, ma in questi giorni di "festa Fiat" (di giusta festa, sia chiaro) una sommessa domanda andrebbe fatta: siamo sicurissimi che un aumento dell'occupazione industriale in Italia non possa rientrare in quelle regole?
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