A Santa Croce il “fulcro” della maxifrode

Sul Carso la sede di una delle ditte informatiche finite nella rete della finanza. Il referente Stefano Baiguera resta in cella
Silvano Trieste 29/08/2009 Controlli in Stazione da parte della Polfer
Silvano Trieste 29/08/2009 Controlli in Stazione da parte della Polfer

Aveva sede a Santa Croce una delle ditte di informatica sospettate di far parte della maxifrode fiscale scoperta dalla Guardia di finanza a livello nazionale. È la Ergoarmonia, specializzata nella vendita e nell’assistenza di computer e software. Uno degli arrestati, cui viene ricondotta la società finita nei guai, è il cinquantatreenne Stefano Baiguera. L’uomo, originario di Brescia e residente a Trieste, è al Coroneo. Ieri è stato interrogato per un’ora intera dal gip Laura Barresi. Il suo legale ha chiesto la revoca della misura cautelare, ma il giudice deve ancora pronunciarsi.

Sono tre gli imprenditori indagati. Oltre a Baiguera, a quanto è dato sapere, si tratterebbe di due salernitani: un avvocato, ora ai domiciliari, e un altro individuo, latitante in Thailandia e al momento ancora ricercato. I provvedimenti di arresto sono stati emessi dall’autorità giudiziaria triestina dopo un’articolata indagine delle Fiamme gialle coordinata dal pm Lucia Baldovin.

Stando a quanto venuto a galla finora, i tre operavano in tutta Italia, Trieste compresa. Per imbrogliare il fisco e guadagnare soldi a palate, avevano architettato svariate società fittizie che si servivano di altrettanti prestanome. La loro attività reale, più che vendere e riparare pc, era quella di emettere fatture false e creare debiti tributari mai versati al Fisco.

Ma lo schema criminale era tutt’altro che improvvisato: i tre inquisiti erano riusciti a creare un meccanismo che la finanza non esisa a definire «ingegnoso». Tanto ingegnoso da consentire di non versare l’Iva allo Stato per ben quattro anni.

Dove stava il business? Così facendo, era più semplice presentarsi sul mercato con prodotti informatici a prezzo praticamente stracciato. O perlomeno molto più basso rispetto a quello che un onesto imprenditore riesce a fare.

Per mettere a segno il trucco, a partire dal 2013 i terzetto di soci aveva spostato su soggetti nullatenenti le imposte da dovute. La somma ha raggiunto oltre due milioni e mezzo di euro. La frode, puntualizza proprio la Guardia di finanza, permetteva di applicare ai consumatori finali dei prezzi di vendita «molto vantaggiosi, alterando il funzionamento del mercato con vere e proprie forme di concorrenza sleale». Il sistema di false fatturazioni è stato smantellato dai finanzieri giuliani al termine di complesse indagini dirette dalla Procura della Repubblica di Trieste.

Tutto è cominciato con una verifica fiscale su un’impresa dedita alla vendita, anche online, di materiale informatico. L’inchiesta si è poi via via sviluppata in diverse regioni italiane in cui i tre avevano messo radici.

Numerosi i conti correnti bancari e gli immobili che sono stati sequestrati, come pure il sito internet e il profilo Facebook in uso agli arrestati per pubblicizzare e vendere sul web i propri prodotti.

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