Addio a Miran-Severino Memoria storica, enologica e musicale del Carso

Ultimo titolare del magazzino-vini delle Rive triestine, fondò il Breg Pilastro della Glasbena Matica, in gioventù riuscì a sfuggire ai nazisti 

il ritratto

paolo rumiz

«Erano settant’anni – esclamò facendo schioccare la lingua – che non bevevo il vino di quel podere». Era il 2012, lui di anni ne aveva 83, e la sua memoria di enologo era già lunga come una leggenda. Ma lo stesso ci fu chi pensò a una sbruffonata. Impossibile che il vecchio non solo ricordasse, ma sapesse risalire alla più minuta topografia del Nordest partendo da un calice.

Si era a una festa di paese a Ricmanje, San Giuseppe, alle porte della Rosandra e la gente si fece sotto per vedere come sarebbe andata a finire. Si chiamò in causa il produttore che ammise: il vino era istriano e veniva proprio da quell’appezzamento di terra, coltivato da quella famiglia.

Combinava cose così Miran Kuret (Severino Coretti da quando il fascismo aveva obbligato gli sloveni a italianizzarsi), morto a quasi 91 anni, circondato dai suoi nella sua casa con vista su Rozzol, serenamente come era vissuto. Commerciante, era stato l’ultimo titolare del magazzino-vini dell’angiporto triestino, oggi sostituito dalla luccicante sede di Eataly.

Aveva fondato a Bagnoli, come dire Boljunec, la società sportiva Breg ed era stato assessore del comune di Dolina. Pilastro della Glasbena Matica, aveva spinto alla musica i figli Stojan e Igor con eccellenti risultati. Il primo oggi guida a Lubiana uno dei migliori cori del mondo. Il secondo dirige un’orchestra sinfonica giovanile europea (oggi European spirit of youth orchestra) che in trent’anni ha formato la bellezza di duemila strumentisti d’eccellenza.

Nato a Ricmanje il 9 ottobre 1928, Miran-Severino aveva conservato entrambi i nomi e cognomi anagrafici, l’originale e il fasullo, perché affermava che entrambi erano parte della storia di famiglia e anche perché l’essere stato Severino, un giorno, sotto l’occupazione tedesca, gli aveva evitato dei guai.

Qualcuno aveva fatto la spia, dicendo che un Miran suonava alla fisarmonica canzoni partigiane in osteria. Ma quando la polizia venne, si trovò solo un Severino munito di regolare tessera con svastica, che dovette essere rilasciato per assenza di prove. Non altrettanto bene era andata al padre, spedito e morire a Dachau per aver aiutato soldati italiani allo sbando dopo l’8 settembre, e al fratello partigiano, preso in una retata, torturato e ucciso.

Quando gli sloveni si divisero fra titoisti e stalinisti, disse che non si era combattuto il nazifascismo per arrivare a una lotta fratricida. E quando la Kreditna Banka cominciò a traballare, fu tra i pochi a dirsi contrario a quella gestione. La sua capacità di ricordare inquietava alcuni, ma affascinava altri. Lo studioso Raul Pupo lo intervistò per più di tre ore sugli anni del dopoguerra raccogliendo una montagna di dati inediti. Memoria storica, enologica e anche musicale: racconta il figlio Igo che «gli bastavano poche note per capire da quale liutaio era stato costruito un violino».

Era ancora curioso come una donnola. I nipotini già adolescenti lo adoravano e si nutrivano delle sue storie. Jan, pianista, gli ha composto una sonata per uno dei suoi ultimi compleanni. Nena lo ho seguito nella passione per il violino. Lui sognava fino all’ultimo gite in Istria, per assaggiare fusi con lo spezzatino. Ne conosceva ogni angolo, e lo stesso valeva per il Carso, le vigne della Vitovska e del Teran. Era lui stesso un robusto, rugoso tralcio di vigna. L’ultimo saluto gli sarà dato al cimitero di Sant’Anna venerdì a partire dalle 12. Se sapessi suonare, mi porterei una fisarmonica per suonargli un motivo, magari lo stesso che lo aveva messo nei guai con i nazifascisti. Non posso pensare di dargli un addio senza musica. —

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