ADDIO, MAESTRO
Ingmar Bergman è scomparso a 89 anni; ma la notizia ci ha sorpresi come se si trattasse di una morte prematura. Succede quando un uomo di spettacolo sopravvive alla sua fine professionale. Rimani in una sorta di limbo, invisibile, poiché i riflettori dei media non t’illuminano più; un limbo che in Italia è parso di durata maggiore che altrove, poiché è mancata all’appello la sua ultima opera ”Sarabanda”. Ovvero «Scene da un matrimonio», trent’anni dopo, con gli stessi Erland Josephson e Liv Ullmann nei rispettivi ruoli di Johan e Marianne. È vero, si trattava di un film concepito per la televisione e sappiamo quanto Bergman s’irritasse qualora un suo film televisivo passava sul grande schermo: ha tenuto sempre a separare i due linguaggi, con una puntigliosità che i suoi colleghi non hanno mai praticata.
Tanto vero che lo specifico televisivo, al contrario dello specifico filmico, è rimasto sempre fluttuante, nonostante i saggi che esimi teorici hanno scritto in proposito. Comencini, tanto per fare un esempio, ne negava l’esistenza: girava «Pinocchio» come «L’ingorgo» e a chi gli obiettava che il burattino di Collodi era destinato a uno schermo piccolissimo e ciò doveva pur significare qualcosa in termini di linguaggio, rispondeva che lo schermo televisivo diveniva grande, se si avvicinava nella giusta misura il nostro occhio al televisore. Tornando a Bergman, anche il critico cinematografico prova fatica a scriverne d’impronta la necrologia, il «coccodrillo», per usare il gergo giornalistico. Perché i suoi film erano scomparsi sia dal video che dai cinema d’essai, gli unici che avrebbero potuto riproporli: troppo celebri per essere riscoperti, anche se la maggioranza degli attuali cinefili li conoscono per sentito dire.
Hanno molta più fortuna i film che a loro tempo furono, a ragione o a torto, snobbati dalla critica. Allora non è escluso che divengano film di culto, una categoria che negli ultimi tempi si è allargata anche al più infimo degli spaghetti-western e dei poliziotteschi. Bergman no: Bergman ha avuto riconoscimenti universali per la quasi totalità dei suoi film; quei pochi che hanno suscitato forti perplessità, hanno trovato in lui stesso il critico più severo. Basti leggere ciò che scrive su «L’uovo del serpente», il suo film tedesco del 1977. Lo si può leggere su «Immagini», la sua autobiografia, scritta nel 1991, pubblicata l’anno dopo in Italia da Garzanti. «Se si guarda all’Uovo del serpente dal punto di vista cinematografico, ha straordinarie particolarità e buone spinte nella narrazione.
Non c’è un momento di stanchezza, anzi il contrario. È arcisveglio. È come se avesse preso degli steroidi anabolizzanti. Ma la vitalità è un vigore solo superficiale. Al di sotto si trova il fallimento». «Fallimento», è un termine piuttosto pesante. Ammettiamolo. E lo è ancor più se a proferirlo è lo stesso autore. Crediamo sia difficile trovare un altro regista capace di stabilire un tale distacco dalla propria opera, come se questa appartenesse a un altro. Ciò dipende anche dal suo essere stato un uomo di spettacolo senza confini: sceneggiatore e regista cinematografico e televisivo, autore e regista drammatico, regista di opere liriche. Forse è questa particolarità che lo distingue da qualunque altro suo collega. E fa sì che nella sua vastissima filmo-tele-teatrografia divenga impossibile individuale una o due opere che svettino sulle altre e siano rimaste impresse nel ricordo universale; come «Ladri di biciclette» per De Sica, «La dolce vita», e «Otto e mezzo» per Fellini, «Quarto potere» per Orson Welles, «La passione di Giovanna D’Arco» per Dreyer, «La corazzata Potemkin» per Ejzenstejn e via elencando.
Guardiamo ciò che è successo in Italia. Ad aprirgli le porte del nostro mercato, è stato verso la fine degli anni ’50 il successo di «Sorrisi di una notte d’estate». Esattamente ciò che accadde ovunque, oltre i confini svedesi. Dopodichè si aprirono le dighe e nell’arco di una sola stagione, la stagione 1959-60, vennero proiettati ben suoi cinque film, tra i quali autentici capi d’opera, come «Il settimo sigillo», «Il posto delle fragole», «Il volto» e «La fontana della vergine». Da quel momento non ci fu pressoché un anno, in cui non ci giungesse un suo film, che a sua volta faceva da apripista ad altri film svedesi realizzati da registi che alle volte si professavano suoi avversari, nel senso che trattano altri temi, o gli stessi ma in altra maniera. Basterà ricordare il più agguerrito, Bo Widerberg, autore di almeno tre film memorabili, «Elvira Madigan», «Adalen ’31» e «Joe Hill».
Per noi in Italia il film del suo congedo è stato «Fanny e Alexander», semplicemente perché non abbiamo visto «Sarabanda», anche se, a quanto sembra è stato trasmessa in televisione, ma a ore antelucane (Raitre lo recupera sabato alle 23.30 - ndr). Del resto che possiamo aspettarci dalla televisione dell’«Isola dei famosi». Di «Sarabanda» siamo in possesso però della recensione apparsa su «Cahiers du Cinéma», essendo la Francia l’unico paese che, su autorizzazione dell’autore, ha potuto programmarlo sul grande schermo. Frodon, il direttore, lo considera un capolavoro.
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