Addio a Paolo Barbina, una vita dedicata alla lotta all'amianto e alla guida del Crua

Un improvviso malore ha stroncato lo stimato medico e presidente della Commissione regionale amianto: il dolore dei pazienti e dei colleghi di Asugi

Tiziana Carpinelli
Paolo Barbina, direttore del Crua, è venuto a mancare a 63 anni
Paolo Barbina, direttore del Crua, è venuto a mancare a 63 anni

È impossibile scrivere del dottor Paolo Barbina senza che il lato empatico della sua personalità, filtrato ora dai ricordi dei pazienti, dalla stima dei colleghi o dall’affetto delle assistenti, solo un paio di giorni fa ancora al lavoro con lui, gomito a gomito, nella solitudine dei corridoi dell’ospedale San Polo, tracimi dal profilo strettamente professionale. Perché Barbina, mancato domenica all’età di 63 anni per un improvviso malore, è stato senz’altro un capace e bravo specialista in Medicina del Lavoro, che nel luglio del 1989 s’era laureato a pieni voti a Trieste. Ma non solo questo.

La carriera

Friulano, di famiglia originaria di Mortegliano, aveva scelto di dedicare una parte importante della propria attività alla tutela della salute e dei diritti dei lavoratori esposti all’amianto, divenendo presto un punto di riferimento per tutte le persone costrette a confrontarsi con le conseguenze spietate dell’inalazione della fibra-killer, fuorilegge dal 1992.

Per questo motivo, quando nel 2012, con delibera della Giunta regionale, era nato il Crua (il Centro regionale unico amianto) era venuto naturale pensare a lui per il ruolo di direttore, incardinando la struttura a Monfalcone, città-simbolo della lotta all’asbesto, dovuta ai numerosi decessi legati alle pregresse attività dell’industria navalmeccanica.

Discorso in copia carbone valso, poi, per la presidenza della Commissione regionale amianto. E questo, per sommi capi, è il curriculum. Ma chi oggi lo piange racconta che la cifra del percorso medico e umano di Barbina è stata l’attenzione verso le persone, gli ultimi.

Il profilo professionale

Il medico viveva a Udine, non distante dalla stazione. Lascia due fratelli. E la madre, Augusta De Piero Barbina, che nella sesta legislatura era stata la prima vicepresidente donna del Consiglio regionale, aprendo la strada della rappresentanza politica femminile nelle istituzioni del Friuli Venezia Giulia, promotrice di battaglie sociali e campagne antidiscriminatorie.

Stefano Vita, direttore del Dipartimento di Chirurgia, rammenta «l’impegno di Barbina fin dai tempi in cui era rappresentante degli studenti all’Università, facoltà di Medicina», all’epoca l’unica in regione. E pure «quello sindacale nell’Anaao», principale sigla per medici e dirigenti del Servizio sanitario nazionale. «Era una persona molto appassionata, in ogni ambito del suo agire», continua Vita, «un uomo estremamente sensibile, attento ai pazienti: si prendeva a cuore le loro storie. E non di rado mi riferiva dei casi più complessi, cercando una soluzione». «Era un bravo medico del lavoro, preparatissimo nel suo campo, ma soprattutto un professionista con spiccata empatia», conclude, «provo un gran dispiacere, oggi: il mio cordoglio va ai suoi familiari. Penso che la posizione politica sarà trasversale, ma senz’altro ci impegneremo per far rimanere il Crua qui: altrove non avrebbe senso».

L’ex dirigente del Distretto sanitario Michele Luise ricorda Barbina fin dall’epoca dell’«attività chirurgica al San Polo: si interessava già allora all’amianto». «Un uomo», dice, «di profonda cultura, non solo medica. Non si limitava agli aspetti clinici, andava a fondo dei problemi e cercava sempre di collaborare, pur nelle oggettive difficoltà, con le istituzioni, per il bene dei pazienti». Il ruolo al Crua, «per indubbi meriti, idem per la Commissione».

Il lato umano

Sotto choc, le storiche collaboratrici, come Maura, che, pur in pensione dal 2020, spesso passavano a trovare Barbina al Crua: «S’è sempre occupato degli esposti e dei loro familiari. Una persona anche caparbia. Ma che s’è battuta per dare giustizia agli assistiti. L’ho visto molte volte spiegare, con parole semplici, il percorso ai pazienti, spesso ex operai che all’epoca dell’attività erano inconsapevoli dei rischi: un aspetto che credo lo motivasse a dare il massimo». Un «uomo d’altri tempi, che offriva il caffè e pure la cena». Non erigeva muri con le assistenti sanitarie: «Amava i viaggi “Avventure nel mondo”, andava in Africa e gli piaceva il deserto: al ritorno ci mostrava le diapositive. Non mancava di chiedermi della famiglia o del nipote: una bella persona, davvero. Sono addolorata per la sua famiglia».

Con la testa sempre sulle patologie asbesto-correlate, nell’ultima intervista a Il Piccolo, dove pure si era parlato della pensione che l’attendeva ad aprile, Paolo Barbina era rimasto saldo sui numeri clinici. Non gli interessavano le manovre politiche, ché lui avrebbe «continuato a compiere il dovere di medico». L’ha fatto, fino all’ultimo.

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