Agenti uccisi a Trieste, la Corte respinge la richiesta di una nuova perizia psichiatrica su Meran

Niente esame collegiale sulla capacità di intendere e di volere. Il 28 aprile la sentenza che potrebbe confermare la non imputabilità e l’assoluzione 

Piero Tallandini
Un momento dell'udienza del processo a Meran (Foto Bruni)
Un momento dell'udienza del processo a Meran (Foto Bruni)

TRIESTE. La Corte d’Assise d’Appello di Trieste non riapre il caso Meran. I giudici hanno respinto, nel primo pomeriggio di venerdì 7 aprile, la richiesta del pm Carlo Maria Zampi, a cui si erano associati gli avvocati di parte civile, di far eseguire una nuova perizia psichiatrica collegiale: un esame in grado di stabilire in modo definitivo se Alejandro Augusto Stephan Meran, il 32enne di origini dominicane che il 4 ottobre 2019 uccise in Questura gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego, fosse o meno capace di intendere di volere e, all’esito, dichiararlo colpevole e condannarlo. La Corte ha poi fissato la prossima udienza per il 28 aprile per la discussione e la sentenza.

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Cosa significa

Tecnicamente l’ordinanza della Corte rigetta la richiesta della Procura generale e delle parti civili per la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in funzione del conferimento della perizia psichiatrica. La nuova perizia collegiale, da affidare a tre luminari, era infatti essenziale per riaprire il dibattimento. Ecco perché questo verdetto sembra preludere a una conferma pressoché scontata della sentenza di primo grado, ovvero non imputabilità e assoluzione.

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Il ricorso

Era stato lo stesso Zampi, per la Procura Generale, a presentare ricorso contro la sentenza di primo grado del 6 maggio scorso della Corte d’Assise che aveva assolto Meran stabilendone la non imputabilità per «vizio totale di mente» disponendo la misura di sicurezza detentiva del ricovero, per la durata minima di trent’anni, in una Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) struttura che costituisce l’evoluzione del vecchio sistema degli ospedali psichiatrici giudiziari. Dal giorno della sentenza Meran è però sempre rimasto rinchiuso in carcere, a Verona, a causa delle lunghissime liste d’attesa dovute al numero ridotto di posti nelle Rems. Alla richiesta di pm e parti civili di procedere con una nuova perizia si erano opposti gli avvocati di Meran, Paolo e Alice Bevilacqua.

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La richiesta della perizia

In aula Zampi ha chiesto una nuova perizia «accurata, affidata a un collegio di almeno tre persone, estranee all’ambiente psichiatrico triestino e a certi condizionamenti e prevenzioni ideologiche». Parole alle quali in seguito, durante una pausa dell’udienza, il magistrato ha voluto aggiungere una postilla: «Non volevo minimamente esprimere sfiducia nei confronti della tradizione basagliana e, in generale, della cultura psichiatrica triestina, anzi – ha rimarcato Zampi –. Il mio era un invito a evitare che il coinvolgimento di eventuali specialisti locali presti il fianco al rischio di illazioni. Insomma, è una considerazione che va nella direzione di tutelare il lavoro di chi dovesse eseguire la perizia».

Nessun pregiudizio verso la “scuola triestina”, insomma, tanto più che lo stesso pm ha ricordato che la perizia alla base della sentenza di assoluzione in primo grado è firmata da uno psichiatra romano, il professor Stefano Ferracuti, ordinario di Psicopatologia forense dell’Università La Sapienza.

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