Alitalia, corsa allo sfascio

«I disagi che da giorni stanno costellando (sic!) i voli Alitalia sono dovuti alla incomprensibile scelta della compagnia di non aprire un concreto negoziato sulla vertenza degli assistenti di volo». Così, in sintesi, uno dei tanti sindacati del personale della compagnia aerea ha motivato gli scioperi di questi giorni ed in particolare quello di ieri che ha determinato la cancellazione di oltre 400 voli. Non si capisce come la Commissione di garanzia per l'attuazione della legge sugli scioperi nei servizi pubblici non intervenga di fronte a queste interruzioni effettuate senza il preventivo ed obbligatorio preavviso da parte di poche persone alla volta, sufficienti tuttavia a interrompere la regolarità dei voli.


Così come è difficile comprendere il presidente dell'Enac, l'Ente nazionale per l'aeronautica civile, il quale si preoccupa essenzialmente per le difficoltà che potrebbero avere i tifosi del Milan. Tifosi in partenza per Atene per la finale di Champion di questa sera (come se tutti gli altri passeggeri fossero di categorie minori). E ancora, è difficile comprendere il governo che, nel pur meritevole tentativo di placare le acque, ha emesso un comunicato un po' ambiguo dove si lascia intendere l'inserimento di ulteriori paletti a difesa dell'occupazione nella scelta del compratore al quale la compagnia verrà ceduta.


Ma quel che soprattutto ed in primo luogo non si comprende è l'atteggiamento a dir poco suicida dei sindacati aziendali di sollevare questo bailamme mentre sono in corso le procedure per la cessione di Alitalia. Vendere Alitalia è una impresa titanica, come dimostra il fatto che, pur essendo la compagnia di bandiera di un Paese ancora, e malgrado tutto, tra i più rilevanti per l'attrazione turistica che esercita, pochi, davvero pochi, si son fatti avanti per comprarla. Sono pochi non solo e non tanto per il disastroso stato dei suoi conti, quanto per la turbolenta arroganza dei suoi tanti sindacati e per la loro resistenza ad ogni azione che, pur nei limiti dei parametri internazionali offerti dalle altre compagnie europee, si sia prefissa di risanarla e di rilanciarla.


Sicuramente in un passato vicino e lontano sono stati commessi molti errori nella conduzione dell'azienda, nelle sue scelte strategiche, nelle sue politiche commerciali. Di questi errori non si può far carico al personale se non nella misura in cui i sindacati li hanno coperti quando vi vedevano un pur miope tornaconto. Ma oggi la situazione è quella che è, e indietro non è possibile tornare. L'alternativa alla vendita è il fallimento, che sarebbe un danno per il Paese, che non disporrebbe più di una sua consistente compagnia aerea, ma sarebbe principalmente e più direttamente un danno per tutti quanti in Alitalia o attorno Alitalia lavorano. Ecco perché questo stillicidio di interruzioni, disfunzioni ed, ovviamente, di ulteriori costi contro una azienda già gravemente dissestata, un management screditato, una proprietà che ha deciso (finalmente) di vendere anche l'intera partecipazione posseduta ed un assetto futuro ancora tutto da definire, non si vede dove possa andare a parare se non a spaventare quei pochi che, sia pure a molte condizioni, si sono dichiarati interessati ad acquistare ed i potenziali partner senza i quali l'azienda non avrebbe comunque futuro.


E siccome la collettività nazionale non è più disposta a pagare per coprire la voragine di perdite nella quale sprofondano continuamente i bilanci della compagnia, se l'obiettivo di spaventare i potenziali acquirenti ed i loro eventuali partner fosse malauguratamente raggiunto, all'Alitalia non rimarrebbe che chiudere. Per questo motivo, la vicenda riguarda anche le tre confederazioni sindacali nazionali. Una loro presa di distanze sarebbe inusuale, certo, ma non è più tempo di giustificazioni come quella espressa, sia pur obtorto collo da Epifani che ha richiamato le difficoltà dell'azienda. Strenne, invece, quanto mai opportuna non solo nel tentativo di ricondurre alla ragione le varie sigle sindacali che rappresentano le diverse categorie dei dipendenti dell'azienda, ma anche per evitare che i loro turbolenti e quanto mai irritanti comportamenti gettino discredito sull'intero sindacalismo.

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