L’arcivescovo Dianin si presenta: «Ogni religione deve vivere la fede: questa terra può diventare modello»
“Gorizia, così ricca di cultura, storia e capacità di riflettere, potrebbe diventare un laboratorio di buone pratiche per altre realtà” le parole del nuovo arcivescovo di Gorizia

L’idea, l’immagine è chiara. E chiaramente espressa: fare del territorio un laboratorio, un modello per altre realtà. Tale idea, tale immagine, il nuovo arcivescovo Giampaolo Dianin l’aveva già evocata in Duomo, in occasione della sua presa canonica. Ora, per il primo incontro con i giornalisti, l’ha riproposta. E ribadita con forza ancora maggiore.
L’obiettivo
«Non so se il mio sia un sogno, un progetto o un’utopia», ha spiegato in arcidiocesi, «ma Gorizia, così ricca di cultura, storia e capacità di riflettere, potrebbe diventare un laboratorio di buone pratiche e un modello per altre realtà». Un obiettivo, il suo, che nasce dalla convinzione che il dialogo autentico sia possibile solo in presenza di identità solide, senza paura di confrontarsi. Il vescovo, sul punto, non ha dubbi: la comunità possiede tutte le caratteristiche per raccogliere questa sfida.
La sua posizione di confine, l’intreccio di culture, lingue e tradizioni, ma anche la capacità dimostrata dalla regione di trasformare le difficoltà in opportunità rappresentano un patrimonio prezioso. Monsignor Dianin richiama persino l’esempio del Friuli dopo il terremoto del 1976: «Ha saputo essere un modello per tutta l’Italia. Perché, quindi, non immaginare che anche sull’immigrazione e sull’incontro tra culture e religioni possa nascere un altro modello, capace di indicare una strada?».
Il metodo
La ricetta da lui proposta e applicabile al caso Monfalcone non passa attraverso il compromesso, ma attraverso la mediazione. «Il compromesso», precisa, «è quando le parti rinunciano a qualcosa senza che nessuna sia davvero soddisfatta. La mediazione, invece, è la ricerca di una sintesi più alta, che crea una situazione nuova e migliore per tutti». Un principio che, secondo il vescovo, può essere applicato non solo ai temi religiosi, ma anche alla politica, all’economia e a tutte le grandi questioni sociali del nostro tempo.
La sfida
Fra queste c’è inevitabilmente il fenomeno migratorio. Monsignor Dianin invita ad affrontare la tematica «con intelligenza e saggezza, senza lasciarsi trascinare dalle passioni né da una parte né dall’altra». In questo quadro si inserisce anche il tema della libertà religiosa.
Da parte sua non è mancato un apprezzamento per la collaborazione che la Chiesa ha sviluppato nei confronti della comunità islamica monfalconese, priva di adeguati spazi di preghiera: «Ogni religione ha il diritto e il dovere di vivere la propria fede. Se siamo attenti a garantire un tetto, il cibo e l’accoglienza, dobbiamo essere altrettanto attenti nel riconoscere la libertà religiosa, principio che il Concilio Vaticano II ha posto con forza».
Il proposito
Prima ancora di proporre progetti, però, il vescovo vuole conoscere il territorio. «Porto con me tanta umiltà. In questi giorni devo parlare molto, ma in realtà vorrei soprattutto tacere». Una disponibilità che nasce dalla consapevolezza di iniziare un’esperienza nuova. «So bene che Gorizia non è Padova e non è Chioggia. E io voglio avere la capacità di comprendere questa complessità». Una dichiarazione d’intenti, anche questa, già manifestata domenica nella Cattedrale, che il vescovo evidentemente reputa determinante. «Entro in una realtà ricca sotto molti punti di vista. E la Capitale europea della cultura è stata un’occasione di ulteriore rilancio per il territorio».
Determinante, per lui, è anche lo “stile sinodale”. «Sinodalità», ha precisato, «significa corresponsabilità, lavorare insieme, collaborare. Ciò dà serenità anche al vescovo». Per questo il primo desiderio espresso anche al suo predecessore, monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, è stato quello di rimanere vicino ai sacerdoti, ai diaconi e agli operatori pastorali: perché «un vescovo, da solo, non va molto avanti».
I problemi
Tra le difficoltà individua anche il progressivo invecchiamento della popolazione, la diminuzione dei giovani, la crisi delle vocazioni, fenomeni che accomunano Gorizia all’Italia e a gran parte dell’Europa. Ma ribadisce anche l’intenzione di non abbandonare le comunità più piccole: «Non vorrei chiudere nessuna piccola parrocchia. È una sfida che ho già cercato di affrontare a Chioggia».
Un passo alla volta. Intanto, il primo è quello della grande accoglienza ricevuta in Duomo. «Ho percepito un grande calore umano. Tantissime persone mi hanno salutato e accolto: è stato un vero dono, che mi riempie di gratitudine e di gioia». C’è poi un altro impegno che il nuovo vescovo si è assunto fin dai primi giorni: conoscere la storia e le lingue di questa terra. «Capire le ferite e i percorsi del passato è determinante per comprendere l’oggi». Per questo inizierà anche dalla lettura dei libri consigliati da monsignor Redaelli, tra cui “Notturno sul confine” di Alojz Rebula.
Gli idiomi
Certo, non promette di diventare presto padrone del friulano, dello sloveno o del tedesco, ma assicura di voler impararne almeno qualche parola perché tutti possano sentirsi accolti. «Nella lingua slovena ci sono il singolare, il duale e il plurale. Mi pare che l’immagine del duale per Gorizia e Nova Gorica possa essere molto bella: mi piacerebbe che il rapporto tra le due chiese fosse così, non con un generico “noi”. Ad ogni modo, forse non riuscirò a parlare tutte le vostre lingue, ma conosco un po’ quella del cuore: fatta di attenzione, affetto, gesti e sorrisi».
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