Veduta di via del Trionfo con l’arco ancora stretto tra le povere costruzioni di Citta Vecchia in un’immagine scattata nel marzo 1911
Veduta di via del Trionfo con l’arco ancora stretto tra le povere costruzioni di Citta Vecchia in un’immagine scattata nel marzo 1911

L’arco di Riccardo e il mistero del tempio della dea Cibele o Mater Magna

Solo nel 1913 il monumento triestino venne liberato dalle case sul lato sinistro. Gli scavi portarono alla luce un reticolo di costruzioni del I secolo a.C

Marzia Vidulli Torlo*

In Città Vecchia, a Trieste, si conserva un arco romano comunemente chiamato “di Riccardo” che richiama, secondo la tradizione, echi di cavalieri crociati, di re Riccardo Cuor di Leone che qui sarebbe stato imprigionato di ritorno dalla Crociata (1192), o dello stesso re Carlo Magno liberatore dell’Istria (dalla dominazione bizantina nel 799).

Il nome pare però più probabilmente riconducibile alla corruzione medioevale di “arco del cardo”, o “del vicario”, oppure derivare dalla magistratura medievale del “ricario” – il giudice provinciale –, la cui sede avrebbe potuto sorgere proprio nei pressi dell’arco. Poi, perso il ricordo di tale magistratura, il nome venne alterato e trasformato in uno di senso più familiare e “leggendario”.

Immagine dell’agosto 1913 dello scavo sotto l’arco di Riccardo che portò al recupero del livello romano. (Foto Opiglia, Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste)
Immagine dell’agosto 1913 dello scavo sotto l’arco di Riccardo che portò al recupero del livello romano. (Foto Opiglia, Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste)

L’arco realizzato in calcare bianco ha eleganti proporzioni e linee severe ed era fino al 1913 parzialmente inglobato tra le case e soffocato dal livello del selciato moderno.

In quell’anno venne liberato il suo lato sinistro (per chi lo guarda venendo da via Venezian) e recuperato il livello della strada antica che vi passava sotto. Allora si poté escludere che fosse stato un arco trionfale (infatti, oltre a non presentare iscrizioni, non è rifinito sul lato ora liberato, dove aderiva ad un muro), non un arco di acquedotto, ma forse neppure una porta di città inserita nelle mura.

Nell’estate del 1913, infatti, demolite alcune case venne recuperato lo spazio dell’attuale piazzetta Riccardo, ma prima vennero condotti vasti scavi dinnanzi all’arco ed emerse un ampio complesso di costruzioni disposte su più livelli, in una situazione stratigrafica piuttosto articolata.

L’arco di Riccardo in un’immagine dell’inverno 1925-1926
L’arco di Riccardo in un’immagine dell’inverno 1925-1926

Nello strato inferiore vennero messi in luce resti di muri variamente orientati inquadrabili cronologicamente nell’ultimo quarto del I secolo a. C. Mentre tra il reticolo dei muri superiori, in corsi regolari di pietra squadrata, si delineava chiaramente un ambiente rettangolare chiuso da un’abside semicircolare. Non ne rimanevano che le fondamenta e poche tracce dell’intonaco dipinto che ricopriva le pareti, mentre il pavimento era scomparso.

Questo edificio, certamente dall’aspetto imponente che dovette avere una probabile funzione pubblica, era preceduto e affiancato da vani quadrilateri. Nessun dato permetteva di riconoscere la sua destinazione: vi si era visto un mercato o delle terme. Poi venne interpretato come un tempio dedicato alla dea Cibele o Mater Magna.

Tale attribuzione si basò su un più antico ritrovamento di un’ara esagona con un’iscrizione riportante i nomi di tre addetti al culto della dea: due liberti (servi pubblici affrancati) e una schiava suonatrice di cembali. Nella zona sono stati poi rinvenuti alcuni dei cinque frammenti di un unico architrave con iscrizione alla dea (esposto al Lapidario Tergestino), databile al primo quarto del I secolo d. C. e quindi riferibile a una prima fase di un tempio o Metroon esistente in questa zona.

In seguito, alla metà del secolo (epoca claudio-neroniana), il tempio e il suo collegio devono essere stati ricostruiti ponendoli in relazione con l’arco di Riccardo. La posizione di questo santuario sarebbe oltretutto in sintonia con le caratteristiche del culto della dea legata alle attività portuali e custodedelle porte d’accesso alle città.

L’arco, monumento probabilmente preesistente (di impianto augusteo), in questo periodo venne decorato con capitelli e rilievi a rosette e forse utilizzato come ingresso al tempio oppure funse da “arco di quartiere”, elemento monumentale, snodo urbano separatore di spazi diversi: in basso il porto commerciale e sul colle l’area ove sono le sedi politica, amministrativa e religiosa. In questo caso l’arco sarebbe stato affiancato, seppur non collegato, all’edificio templare come accadde anche a Spoleto e Pompei.

Nella foto di Andrea Lasorte l’arco di Riccardo oggi
Nella foto di Andrea Lasorte l’arco di Riccardo oggi

Alla fine dell’età imperiale romana l’arco divenne effettivamente porta di città. Recenti scavi presso l’arco hanno messo in luce alcune vestigia delle mura tardoromane del IV secolo, periodo in cui esso divenne una porta urbana sotto la quale passava la strada in basolati di arenaria (con sottostante canalizzazione) proveniente dal porto lungo la via dei Capitelli e diretta alla sommità del colle. L’arco-porta era allora preceduto da una torre o avancorpo di rinforzo.

Lungo tutto il medioevo, fino al Settecento, mantenne la sua funzione di porta preceduta, come ricorda il toponimo della vicina piazzetta, da un barbacane, fortificazione anteposta per aumentare la difesa in caso di assalto alla porta.

Dopo gli scavi del 1913 il livello stradale venne ripristinato e solo intorno al pilastro libero dell’arco si lasciò un riquadro che permettesse di osservarne la base, penalizzando l’estetica e soffocandone le proporzioni originarie. Appena nel 1948 venne recuperato il livello antico creando un “sottopasso”. Oggi l’area riqualificata è dedicata a luogo di ristoro per cittadini e turisti.

*già conservatore del Museo d’Antichità J. J. Wincke

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