Arrivati i tank donati da Putin: riarmo serbo, l’ira del Kosovo

BELGRADO. Un Paese balcanico che aspira all’integrazione nella Ue riceve un attesissimo e controverso dono dalla Russia, confermando ancora una volta l’ambivalenza della sua politica estera. E indirettamente fa andare su tutte le furie un vicino con cui i rapporti sono tutt’altro che risolti, aprendo la strada a una nuova crisi, potenzialmente esplosiva. È lo scenario che si sta concretizzando sul sempre rovente asse tra Serbia e Kosovo.
La miccia, questa volta, l’arrivo a Belgrado – dopo mesi di attesa – di trenta carri armati T-72 MS, una donazione decisa ancora nel 2016 e mai concretizzatasi. I primi tank, tuttavia, si sono “materializzati” il 28 ottobre scorso all’aeroporto militare serbo di Batajnica, hanno svelato sia media russi sia serbi, ricordando che l’affare risale a quattro anni fa, dopo il raggiungimento di un’intesa per la modernizzazione dell’esercito del Paese balcanico tra il presidente serbo Vučić e il suo alter ego russo, Vladimir Putin. L’accordo serbo-russo, ha ricordato il quotidiano Danas, prevede l’invio in Serbia anche di qualche decina di mezzi militari Brdm-2, alcuni già consegnati a Belgrado dopo esser stati ammodernati.
Stesso destino per i tank T-72, che sono sicuramente più avanzati degli M-84 serbi oggi in dotazione e che sarebbero l’ideale per la Serbia, che per l’arretratezza delle forze armate «dei Paesi vicini» non avrebbe bisogno di armamenti più evoluti, ha precisato l’analista Fjodor Boldirev all’agenzia Sputnik. E poi, in fondo, sono sempre dei mezzi che fanno paura e che «si sono dimostrati indistruttibili» in Siria, gli ha fatto eco un altro esperto militare russo, citato dalla Tv pubbica di Belgrado. Oltre ai tank, la Serbia ha ricevuto anche sei Mig-29, un toccasana per l’aeronautica militare nazionale, elicotteri Mi-17 e Mi-35, oltre a un sistema di difesa, un bottino di tutto rispetto.
In tutto «devono arrivare trenta carri armati T-72» da Mosca, che andranno a «potenziare significativamente le nostre capacità di combattimento», ha confermato anche il neo-ministro serbo della Difesa, Nebojša Stefanović. Ma quei tank - e gli altri armamenti - dell’Orso russo sono destinati a rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso di tensioni sempre forti. Lo conferma la durissima presa di posizione di Pristina, che ieri è entrata a gamba tesa contro le velleità di riarmo della Serbia. Riarmo «continuo» grazie a Mosca che «è una chiara minaccia per l’intera regione, tenuto conto del passato criminale della Serbia e dei suoi sforzi nel perseverare in una politica aggressiva già vista lo scorso secolo», ha affermato in una pesantissima nota il ministero degli Esteri del Kosovo.
Kosovo che, oltre ai carri armati, ha stigmatizzato anche la recente decisione di permettere «l’apertura di un ufficio di rappresentanza» del ministero della Difesa russo a Belgrado, secondo Pristina un chiaro segnale dei legami sempre più stretti tra Serbia e Russia. Relazioni pericolose, perché la Serbia – il violento j’accuse – pubblicamente sosterrebbe di «voler far parte dell’Ue», mentre in realtà «partecipa a esercitazioni con Russia e Bielorussia».
In più, «soldati serbi» sarebbero stati individuati in teatri di guerra «in Ucraina» e persino «nel conflitto tra Azerbaigian e Armenia». Infine, l’appello-minaccia: «Il comportamento distruttivo e pericoloso della Serbia deve essere punito e fermato prima che sia troppo tardi». Parole che sicuramente provocheranno nuove tensioni con Belgrado, oltre a possibili ripercussioni sul dialogo Serbia-Kosovo, ripartito tra mille difficoltà e ancora è privo di risultati.
E anche grane in Paesi vicini, come ad esempio la Bulgaria, dove l’Atlantic Council, organizzazione che si batte per il mantenimento della rotta euro-atlantica di Sofia, ha chiesto alla Bulgaria di impedire il passaggio di cargo russi nello spazio aereo bulgaro, in modo da ostacolare la consegna di altri avvelenati doni del Cremlino al suo più fedele alleato balcanico. —
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