«Bastarono 4 vetrini e capì quel dramma»

Era una persona perbene, Claudio Bianchi. Uno che pur di proseguire le indagini mediche, nella speranza che un domani consentissero di capire qualcosa in più sui meccanismi e le concause di innesco del mesotelioma pleurico, il male incurabile responsabile d’aver spazzato via oltre un migliaio di vite nel Monfalconese, sborsava di tasca propria il prosieguo delle ricerche. Lo fece, assieme al figlio Tommaso, nel 2011. E Il Piccolo lo denunciò, puntando il dito contro l’inerzia delle istituzioni.
Una cosa più di tutte arrovellava il dottor Bianchi: capire perché una persona si ammalasse e un’altra, pur esposta nel medesimo lasso al minerale killer, risultasse immune dalla patologia che falcidia a distanza di decenni chi ha respirato amianto. Un interrogativo che lo accompagnò (e pungolò) negli studi avviati dall’ottobre del 1979 e proseguiti fino al 2002. Una mole, per inciso, impressionante. Più di 3600 autopsie consecutivamente svolte. In nessun altro luogo ne sono mai state effettuate così tante su persone decedute in seguito all’esposizione professionale. Un patrimonio che rimane nelle pubblicazioni: il lascito del massimo esperto di mesoteliomi.
L’anatomopatologo Alessandro Brollo, a lungo braccio destro di Bianchi, così riferisce: «Sapevo ch’era malato e ho appreso stamattina (ieri, ndr) della sua morte: indubbiamente si chiude un’epoca, una grande avventura. La sua peculiarità era una tenacia nella ricerca oltre ogni limite umano». Brollo, che nel ’74 era stato suo studente, ricorda come Bianchi fosse giunto a Monfalcone nel ’79 «proprio per studiare quanto stava accadendo qui». «Gli avevo mostrato quattro vetrini - ricorda - e questo bastò a convincerlo. Io per primo ero rimasto sorpreso dall’entità di esposizione riscontrata: trovavo l’asbesto nell’escreato, circostanza normalmente eccezionale che invece qui diventava “normale”». Al vecchio ospedale civile, il dottor Brollo, aveva iniziato a lavorare un anno prima, nel ’78. L’Anatomia patologica ancora non era costituita: c’era una piccola sezione nel Laboratorio analisi. Si aprì l’anno dopo. «Bianchi fu il primo primario, ci restò a lungo», ricorda Brollo. E fece scuola.
«A Monfalcone, pur nelle ristrettezze dei mezzi, fu autonomo - racconta il collega - e così potè studiare a fondo quanto lo appassionava. Era una persona di estrema profondità. Il suo contributo in termini di studi fu una battaglia personale a favore degli esposti. Capire, da un punto di vista genetico, come mai il mesotelioma colpisse alcuni soggetti e altri no, cioè accertare questa, diciamo così, “sensibilità” fu fino all’ultimo la sua missione. E speriamo che prima o poi quest’aspetto possa essere chiarito». Anche perché potrebbe essere utile nella ricerca della cura al mesotelioma, oggi inesistente. «Era una gran persona, un maestro difficile perché esigente: la mia esperienza con lui è stata molto bella - conclude - ho cercato di proseguire quel che ha seminato». Nel cordoglio si unisce anche la collega Lucia Ramani, che di Bianchi, «persona serissima e integerrima» ha un bellissimo ricordo. (ti.ca.)
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