BIAGI, LA SFIDA PER LE SINISTRE
Il segretario del Prc Franco Giordano è stato molto chiaro, addirittura prendendo alla sprovvista alcuni dei suoi alleati all'interno dell'Unione: nella battaglia d'autunno i neocomunisti porranno con forza la questione dell'abolizione o quanto meno di correzioni profonde della legge Biagi. Nessuna spiegazione viene data di un atteggiamento tanto risoluto, come nessuna critica di merito viene rivolta ad un provvedimento legislativo per sua natura imperfetto come tutte le opere dell'uomo. Giordano si appella al programma e in nome di quanto vi fu scritto invoca quasi un sacrificio pagano, come quando nell'antichità, abbattendo una giovenca bianca, si imploravano gli dei di liberare la città da una pestilenza.
Man mano che il dibattito s'incarognisce emerge chiaramente che l'ostilità della sinistra estrema (Tony Blair l'avrebbe definita reazionaria) non si limita alla legge n. 30/2003 ma punta diritto al provvedimento capostipite della moderna legislazione del lavoro: il pacchetto Treu del 1997, che venne varato dall'allora ministro del primo governo Prodi, dopo una sostanziale intesa con le parti sociali. Marco Biagi continuò l'opera dell'amico Treu, senza inventarsi - è questa una verità da ristabilire - niente di particolare, ma saccheggiando - da persona inserita negli organismi della Ue e da profondo conoscitore del diritto comparato - le esperienze che erano in corso in altri Paesi per dare risposte sia al fenomeno di una crescente disoccupazione giovanile sia alle esigenze di maggiore flessibilità delle imprese ormai irreversibilmente condannate alla competizione nell'economia globalizzata.
Non si può non farsi carico delle novità intervenute nei processi produttivi. Sembra un gioco di parole: invece rappresenta il segno del cambiamento. Decenni or sono le imprese vedevano quanto producevano, magari con una programmazione a lunga scadenza; oggi producono solo quello hanno già venduto con la logica del just in time. Non possono più contare - per nostra fortuna - sulle c.d. svalutazioni competitive e nello stesso tempo, per le aziende che operano sui mercati, i prezzi non sono determinati sulla base dei costi di produzione, ma devono tener conto dei prezzi della concorrenza (sempre più agguerrita e qualificata). Come non vedere le difficoltà che tutta la struttura produttiva europea incontra in questa nuova dimensione? Le grandi imprese francesi e tedesche hanno persino negoziato degli accordi di riduzione delle retribuzioni e di aumento degli orari di lavoro pur di evitare o ritardare processi di delocalizzazione verso Paesi con regimi fiscali meno pesanti, manodopera meno retribuita, tutele sociali più ridotte.
Si tratta comunque di processi positivi che allargheranno il benessere e la ricchezza, aprendo nuovi mercati e fornendo ulteriori occasioni di lavoro, ma che richiedono la capacità di gestire imponenti contraddizioni. In ogni caso, dal sistema copernicano dell'economia è precluso il ritorno a quello tolemaico. Come è intervenuta in tale contesto la nuova legislazione del mercato del lavoro? Cediamo volentieri la parola ai fatti. È noto che i primi anni 2000 hanno conosciuto andamenti economici parecchio depressi. Eppure anche in quegli anni l'occupazione è aumentata in Italia. Le variazioni medie annue dell'occupazione sono state dello 0,4% nel periodo che va dal 1986 al 1990, sono state addirittura negative (- 1,1%) negli anni compresi tra il 1991 e il 1995, mentre dal 1996 al 2000 e dal 2001 al 2006 sono state positive rispettivamente per un 1% e per un 1,4%. Il tasso di occupazione non è mai stato così elevato e quello disoccupazione mai così basso (è praticamente dimezzato in un decennio).
Quanto al c.d. lavoro saltuario i trend italiani sono al di sotto di quelli medi della Ue-15. Ma proprio il monitoraggio del ministero del Lavoro avverte che "continua a manifestarsi una estensione del lavoro non standard che, come solitamente accade nelle fasi espansive, è il primo a reagire alla crescita della domanda". Quest'ultima osservazione è molto significativa, in quanto ammette che la scelta da parte delle imprese di siffatti rapporti risponde, in gran parte dei casi, all'esigenza di fornire risposte immediate a picchi di produzione di cui non si è ancora in grado di apprezzare l'effetto di carattere strutturale. Ciò porta a concludere ragionevolmente che l'avere a disposizione strumenti contrattuali flessibili ha consentito alle imprese di esporsi nella conquista di spazi di mercato in contesti congiunturali assai problematici.
Certo, vi sono sacche di lavoro precario, che è difficile svuotare e che costituiscono la principale contraddizione di processi che, al momento del loro affermarsi, hanno colto tutti impreparati. Le risposte a tali situazioni cominciano ad intravedersi nel protocollo del 23 luglio. Ma se il ministro Damiano ha voluto metter mano nel problema deicall center ha potuto farlo grazie ad una norma contenuta nella legge Biagi. E non a caso è sull'accordo di luglio (cucito col filo rosso del riformismo possibile) che si svolgerà, in autunno, la sfida tra le due sinistre.
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