Calcio dilettanti, Canciani: «Bisogna cambiare per il futuro: gestioni attente e identità rionale»

Il presidente del comitato regionale: «Le società devono imparare a reperire risorse. Basta buttare soldi per ingaggi»

TRIESTE Meno centrocampisti, più commercialisti. Una provocazione, d’accordo. Ma anche l’invito ad affrontare il futuro del calcio dilettantistico in modo diverso. Le conseguenze dell’emergenza coronavirus, pesanti anche dal punto di vista economico, obbligheranno lo sport ad accelerare un processo di cambiamento. Ermes Canciani, presidente del comitato regionale della Federcalcio, lancia un messaggio che vale un avvertimento. Signori, si cambia. Lo ha ribadito in occasione di “Palle quadrate”, l’incontro promosso a Borgo Grotta Gigante con Marco Cernaz e Enrico Marchetto.

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Perchè il calcio dilettantistico deve rimettersi in discussione?

Perchè bisogna prendere consapevolezza che non va più bene ripetere gli schemi del passato. Mi è piaciuto vedere che al nostro appello hanno risposto 30 società. C’erano tutti. Ho visto con piacere dirigenti che per anzianità e prestigio sono istituzioni a livello triestino accettare volentieri il confronto e intervenire. Spero che questo sia stato un piccolo passo per cominciare a pensare a un nuovo futuro. Serve un approccio diverso in tanti aspetti, compresa una attenta gestione dell’attività.

Meno centrocampisti e più commercialisti.

Appunto. Quello è uno slogan per impressionare i partecipanti all’incontro ma c’è un significato. Non si può più improvvisare, niente leggerezza, le società vanno gestite in modo professionale, cercando di reperire risorse in modo diverso. Potrà rivelarsi difficile chiedere agli sponsor abituali di continuare a investire nelle stessa misura degli altri anni. Abbiamo chiesto ai dirigenti quanti avessero attinto ai fondi del credito sportivo o del ministero o avessero almeno fatto richiesta. Ho visto poche mani alzate. Ecco, bisogna cominciare a disporre di tutti gli strumenti per attingere a canali di finanziamento statali o regionali disponibili per lo sport. Esistono. Ma non si sa che ci sono o non vengono sfruttati. Noi e il Coni siamo pronti ad aiutare e dare consigli.

In alcuni casi la parola dilettantismo stride però con la realtà.

Vero. E infatti non va bene così. Dilettantismo significa giocare per diletto. Per far crescere i giovani e difendere l’immagine sportiva di un territorio. Mi innervosisco quando sento parlare di giocatori di Promozione pagati 1500-1800 euro al mese. Non è il calcio che concepisco io.

I campionati dovrebbero iniziare il 27 settembre. Nei mesi scorsi si paventava il rischio che diversi club si trovassero in difficoltà economica nel dopocoronavirus e scomparissero. Quante sono le defezioni finora?

Le società hanno saputo reagire. Qualcuno ha unito le proprie forze, come dimostrano tre casi di fusione, Primorje-Primorec, Latisana-Pertegada e nel Maniaghese. Sono nate sinergie tra altre società e realtà pure. Le criticità rimaste sono poche, un paio.

Quando potrà ripartire l’attività giovanile?

Non siamo in grado di dare una risposta. E non possiamo pensare che i ragazzi tornino a giocare a calcio prima di rientrare a scuola. Quando disporremo di certezze sulla ripresa dell’attività scolastica potremo dare il via al calcio giovanile. Sarebbe assurdo muoverci indipendentemente da quello che succede attorno. E dovremo verificare che vengano rispettati i parametri. Esistono ancora realtà dove gli spogliatoi sono precari. Metteremo tecnici a disposizione delle società per aiutarle ad adeguarsi alle esigenze imposte dai protocolli.

Ha parlato di volontariato e associazionismo nel calcio. Anche in questo caso con un invito a guardare al futuro con occhi diversi.

Bisogna rimpolpare la classe dirigente. Un ricambio fa bene, servono forze fresche e contributi nuovi di idee e energie. Si possono trovare coinvolgendo i genitori, rendendoli partecipi all’attività delle società. Intendiamoci, senza forzature o fughe in avanti. Anzi, meglio sarebbe se i genitori dirigenti non si occupassero direttamente della squadra dei figli per evitare ingerenze ma seguissero altre squadredello stesso club. Io ho un sogno. E proprio Trieste è la piazza ideale per realizzarlo.

Quale sogno?

Sembra un ritorno al passato ma può essere una chiave per affrontare il futuro. Sogno che le società tornino a essere davvero il simbolo aggregante di un quartiere. Riacquisire una dimensione rionale, con giocatori del posto e il sostegno della gente locale. Non sarebbe un passo indietro. —


 

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