CASTA E DOPING

Pantani non c'è più. Lui invece - sto parlando di Franco Carraro ex presidente del Milan, ex sindaco di Roma, ex ministro, ex presidente della Federazione italiana gioco calcio, attuale membro del Comitato olimpico internazionale - c'è ancora e promette di esserci a lungo! C'è lui e ci sono tutti gli altri: i dirigenti importanti, i direttori di giornali, gli ex atleti (più o meno grandi) diventati oggi telecronisti o dirigenti sportivi.


Ci sono i giornalisti famosi, gli atleti vecchi e nuovi, la grande massa dei dilettanti, amatori, ragazzini. E infine ci siamo noi tutti che seguiamo il grande spettacolo in tv e compriamo le scarpe, gli zaini, le bici fino a fare di questa roba che chiamiamo sport forse l'industria più ricca, più grande e più coinvolgente del pianeta.


L'ineffabile Carraro dunque - sulle sempre disponibili colonne del Corriere della Sera - sull'onda dello scandalo del Tour de France, osservava che il «doping è una piaga della società», riusciva con levità a chiamare in causa anche Fausto Coppi e concludeva dichiarando di essere fiero di rappresentare al Cio «un Paese che fa vedere di combattere seriamente il doping».


Se non fosse per il fatto che Carraro è membro del Comitato olimpico internazionale da un quarto di secolo - lo era quando l'Italia alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984 riuscì a vincere addirittura l'oro nel lancio del peso e, sostengono i male informati, l'allora presidente della Federazione mondiale di atletica leggera entrava nella stanzetta dell'antidoping con il lanciatore italiano e ”generosamente” donava la propria urina al suo posto - potremmo forse credergli. Il quarto di secolo trascorso nel massimo organismo sportivo internazionale, lo rende aihmè poco credibile.


In questi ultimi venticinque anni infatti, il ricorso a tecniche e sostanze medicinali che modificano la prestazione sportiva è aumentato a dismisura e ciò che più conta ha investito non solo lo sport d'elite o professionistico, ma la vasta platea dei dilettanti, degli amatori e dei giovani agonisti. Per capirci secondo un rapporto del ricercatore italiano Sandro Donati nei venti principali Paesi sportivi del mondo il consumo di steroidi anabolizzanti ha raggiunto le 700 tonnellate annue, quello di testosterone le 70 tonnellate a cui vanno aggiunti 34 milioni di fiale di EPO e altrettante di ormoni della crescita: complessivamente - stima Donati - sarebbero coinvolti quindici milioni di atleti. Lo studioso italiano conclude osservando che se gli sportivi di elite rappresentano solo una minima parte degli acquirenti di questo mercato, ne sono tuttavia il principale strumento di marketing, ciò che dona ad esso una sempre maggior visibilità e parallelamente l'incontrovertibilità dell'equazione per cui ogni risultato sportivo di eccellenza deve necessariamente essere sostenuto da pratiche dopanti. È banale osservare che questo mercato è esclusivamente gestito per vie illegali e che tali vie risulterebbero in larga misura controllate dalla criminalità organizzata.


Pantani - forse il più grande ciclista che lo sport italiano abbia avuto dopo Coppi e Bartali - non seppe, né poteva farsi carico di questa 'complessità'. Non spettava a lui. L'agonismo necessariamente porta alla semplificazione: l'atleta semplicemente diventa l'obiettivo che ha davanti, e se scopre - fin da giovanissimo - che per farlo ”ogni mezzo è consentito”, tutti impiegano ”ogni mezzo a disposizione”, e tutti dai tecnici ai dirigenti sportivi di massimo livello implicitamente o esplicitamente ti incoraggiano a farlo, inevitabilmente nella sua prolungata adolescenza e nella fragilità che spesso lo caratterizzano accetta la scorciatoia che tutti accettano e talvolta, proprio perché privo di quella patina di cinismo che connota il mondo che lo circonda, paga il prezzo più pesante.


Farsi carico del doping spetta alla politica, alla società, a quelle parti di essa che si mantengono vitali, spetta alla scuola, alla magistratura, a chi educa allo sport o a chi dovrebbe farlo e non ci prova (penso al giornalismo sportivo italiano, ai suoi sepolcri imbiancati, a chi sulle vicende degli ormai troppi Pantani, scrive articoli, libri e trae quotidianamente da vivere), alla politica e a quel pezzo enorme di opinione pubblica che segue lo sport in tv fingendo di credere che tutto sia 'normale'. Su chi guida lo sport in Italia e nel mondo, c'è poco da contare: qualcuno - lo abbiamo visto - è lì da un quarto di secolo, altri lo sono da più anni ancora, per bene che vada possiamo dire che il doping è cresciuto con il loro silenzio-assenso. Se proprio abbiamo bisogno di trovare una casta, ebbene loro lo sono.

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