CHIACCHIERE ESTIVE E NODI IRRISOLTI
Negli ultimi giorni due candidati alle primarie del Partito democratico, Enrico Letta e Rosy Bindi, si sono confrontati con qualche asprezza sugli anni Ottanta. Per i politici un conflitto sul passato è quasi sempre funzionale (o strumentale) a un dibattito sul presente e sul futuro, e quindi può essere utile capire se l'oggetto del contendere sia il più idoneo per misurarsi con i problemi dell'oggi. Ha iniziato Enrico Letta, con una valutazione positiva sia degli anni Ottanta - visti come momento centrale di modernizzazione - sia della generazione politica che si è formata in essi: siamo la prima generazione post-ideologica, ha detto. Rosy Bindi ha replicato in modo molto duro: fu il decennio del disimpegno sociale, della politica dal respiro corto, dell'arrivismo sfrenato.
Al di là della rivendicazione generazionale, è difficile capire il senso della riabilitazione di quegli anni da parte di Letta. Non c'è dubbio, gli anni Ottanta apparvero come un'esplosione di vitalità e si ammantarono di modernità: con l'affermarsi del made in Italy, delle televisioni private e di nuove forme della comunicazione, a partire da quella pubblicitaria. Con il diffondersi dell'euforia borsistica e al tempo stesso con la riscoperta del privato, dell' "effimero", degli elementi ludici. Il decennio ebbe il suo simbolo nella "Milano da bere", con una frase tolta di peso dalla pubblicità di un liquore: "L'amaro della gente che sa vivere, sognare, godere. Milano da bere". A Milano quella fase celebrò i suoi trionfi e poi crollò con Tangentopoli: sarebbe bene ricordarlo. Che cosa c'entra tutto questo con la proposta di oggi di Enrico Letta? Oggi semmai è più facile cogliere i limiti profondi e i vizi interni di quella che si presentava come un'esplosione di vitalità e modernità, e anche il contesto in cui essa poteva trionfare.
Indubbiamente alla base del suo successo vi era la diffusa e fondata sensazione di esser finalmente usciti dall'incubo degli anni di piombo, e ne troviamo traccia anche in una mediocre canzone d'epoca: "È un sabato qualunque, un sabato italiano, e il peggio sembra essere passato". Alla fine del decennio un'altra mediocre canzone si chiedeva però che cosa resterà degli anni Ottanta: "Anni vuoti come lattine buttate là (...) anni rampanti dei miti sorridenti da wind surf, sono già diventati graffiti e ognuno pensa a sé". Già qui, forse, vi è un segnale: se pensiamo agli anni Sessanta vengono in mente Gino Paoli e Mina, Francesco Guccini e Fabrizio De André, per gli anni Ottanta capita di ricorrere a Sergio Caputo e a Raf, oggi ignoti ai più. Su quella modernità, insomma, occorre riflettere e anche sulla dimensione post-ideologica esaltata da Enrico Letta.
Che cosa fu il rifiuto della politica di quegli anni? Fu la critica ai fenomeni di degenerazione sempre più evidenti o in qualche modo la sostanziale accettazione di essi, in un rifugiarsi nel privato che lasciava via libera all'avanzare dei processi di deformazione e corruzione del sistema politico? In quel crescente divario, in quel solco sempre più ampio troverà fondamento l'antipolitica, nelle diverse forme che essa assumerà poi (da Umberto Bossi a Silvio Berlusconi, per capirci). Fu solo apparente e momentanea l'ascesa di Bettino Craxi, spregiudicato alfiere di una modernità - appunto - in cui principi e regole si appannavano e tendevano a scomparire. Alla lunga distanza l'unico frutto concreto del suo decisionismo - il taglio della scala mobile - appare ispirato più da motivazioni politiche immediate (mettere in difficoltà il Pci e la Cgil) che da un disegno lungimirante e complessivo di rilancio dell'economia e del sistema Italia: è in quegli stessi anni infatti che il debito pubblico cresce a dismisura e si pongono le basi per il vero e proprio crollo dei primi anni Novanta.
Anche queste sono ovvio osservazioni soggettive, e si può legittimamente propendere per questa o quella lettura del periodo: riesce però difficile da capire la centralità di questa discussione nella fondazione del Partito democratico. Riesce ancor più difficile da capire perché non ci s’interroghi piuttosto su quelle fasi dell'Italia repubblicana in cui il riformismo fu messo realmente alla prova, e in primo luogo su un momento assolutamente cruciale: quello del primo centrosinistra, all'inizio degli anni Sessanta. Quel tentativo riformatore fu vissuto dalle differenti parti in campo come un progetto estremamente impegnativo, fondato sulla necessità assoluta di orientare e governare le colossali trasformazioni del "miracolo economico" e al tempo stesso di porre termine a storture antiche.
Fu preceduto da un intenso e ricco dibattito che attraversò tutte le aree culturali e politiche del paese. Ebbe alcuni risultati parziali importanti (a partire dalla scuola media unica e obbligatoria) ma non raggiunse il suo scopo principale e conobbe presto un malinconico declino. A questa sostanziale sconfitta contribuirono, certo, le resistenze conservatrici della società italiana e forti condizionamenti internazionali ma occorre anche interrogarsi sui limiti interni di quel progetto riformatore, che pure aveva padri importanti (da Ugo La Malfa a Riccardo Lombardi, da Pasquale Saraceno ad Antonio Giolitti). Su due aspetti almeno occorrerebbe oggi riflettere. In primo luogo sulla necessità di adeguare e innovare le strutture dello stato e le istituzioni, sottolineata allora da Riccardo Lombardi. Stiamo procedendo su una strada accidentata, diceva, "con una macchina dotata di motore imballato, di freni capaci di inchiodarla, e di un sistema di guida inesistente o arrugginito".
La grande sfida, aggiungeva, è cambiare gli ingranaggi in tempo: quella sfida fu persa, e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Il secondo aspetto riguarda la mancata realizzazione di parti fondamentali del programma originario di quel centrosinistra. L'abbandono di una più generale programmazione economica sancì di fatto la rinuncia ad ogni tentativo di orientare la "grande trasformazione", aggiunse nuove contraddizioni e sperequazioni a quelle antiche origine e - ancora di più - premiò il mancato rispetto delle regole e un arricchimento che ignorava e sprezzava i vincoli collettivi. Oggi paghiamo le conseguenze anche di questo, e dell'incapacità successiva di invertire la rotta. Forse nodi come questi sono importanti nella discussione sul profilo e sul programma di un partito riformatore. Più importanti delle controversie estive sulla "Milano da bere" .
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