Cibo, adesso ne sappiamo di più

«Expo ci ha aiutato a capire cosa fare e ha offerto un momento educativo fondamentale per i bambini»
Di Eleonora Cozzella
04 Jul 2013, Milan, Italy --- Milan Royal Palace Hall of the Caryatids. Elisabetta Sgarbi presents the event 'Feeding the planet' in Milan, Italy. Institutional greetings from Ada Lucia De Cesaris Deputy Mayor of MI, Piero Galli Division General Manager of the 2015 Expo. Readings by Michael Atiyah, Rossano Ercolini, Yi Muny, Oscar Farinetti and Edoardo Nesi. Pictured: Oscar Farinetti --- Image by © Nick Zonna/Splash News/Corbis
04 Jul 2013, Milan, Italy --- Milan Royal Palace Hall of the Caryatids. Elisabetta Sgarbi presents the event 'Feeding the planet' in Milan, Italy. Institutional greetings from Ada Lucia De Cesaris Deputy Mayor of MI, Piero Galli Division General Manager of the 2015 Expo. Readings by Michael Atiyah, Rossano Ercolini, Yi Muny, Oscar Farinetti and Edoardo Nesi. Pictured: Oscar Farinetti --- Image by © Nick Zonna/Splash News/Corbis

di Eleonora Cozzella

«Adesso quando vedrà una bottiglia di plastica o una lattina vuota per terra, invece di fermarsi per fare la foto col cellulare e postarla su Facebook scrivendo dell’inciviltà della gente, si chinerà per raccoglierla e buttarla in un cestino. Si comporterà così chi è stato ad Expo perché ha respirato e rispolverato la coscienza civica e il senso di comunità». Parola di Oscar Farinetti, patron di Eataly, catena di punti vendita di cibi di qualità, secondo cui la presenza dei tanti bambini all’Esposizione Universale è un elemento che lo fa ben sperare per il futuro. «Perché i bambini – dice – possono osservare la bellezza del mondo con il cuore oltre che con la testa. E in loro, anche se credono di aver fatto solo una gita divertente, matureranno i semi delle cose viste».

Di bambini a Expo ne sono entrati ben due milioni, tra gli otto e i 12 anni. In tutto i visitatori sono stati oltre 21 milioni. Certo un successo innegabile in termini numerici. Ma, numeri a parte, che cosa è stato Expo?

«Un grandissimo momento di armonia tra persone come non avevo sentito da molti anni. Siamo oltre sette miliardi al mondo e abbiamo difficoltà a gestire i rapporti con gli altri. Eppure Expo è stato un luogo in cui tutte le persone sul decumano e nei padiglioni si sentivano vicine e unite da ideali comuni. Addirittura adesso qualcuno sta accusando una sorta di sindrome del grande fratello, nel senso che non si voleva più uscire “dalla casa”».

A parte l’atmosfera, Expo è riuscita a cambiare la percezione degli italiani sull’Italia?

«C’è riuscita in maniera quasi sorprendente. Innanzitutto è come se gli italiani avessero ritrovato fiducia nelle loro capacità. Ci siamo accorti che l’Expo ha funzionato e che possiamo con fierezza continuare su questa strada e partecipare a pieno diritto ai grandi eventi internazionali».

Dunque quale eredità lascia Expo Milano 2016?

«Il messaggio è arrivato così forte che non sarà possibile non farlo diventare un nostro patrimonio. Persino quello più importante, quello sull’alimentazione, sulla disparità delle risorse da continente a continente, la necessità di ripensare il mercato del cibo e il rapporto tra i mercati, il bisogno pressante di porre un freno allo spreco, l’attenzione alla qualità del cibo per una nutrizione migliore per tutti e per una più equa ridistribuzione delle risorse. Sono messaggi che sono arrivati grazie anche soprattutto all’impegno di alcuni paesi che nei loro singoli padiglioni hanno affrontato questi temi in modo ammirevole».

All’inizio di Expo Carlin Petrini, fondatore di Slow food, aveva però parlato di un’occasione persa. Di recente su Repubblica ha in qualche modo rivalutato gli aspetti positivi di questa esperienza. Che cosa è cambiato cammin facendo?

«Io comprendo le esternazioni di Petrini all’inizio di Expo, come apprezzo le sue recenti parole. In entrambe le fasi aveva toccato due punti importanti. All’inizio era giustamente preoccupato che il messaggio di Expo “nutrire il pianeta” risultasse in secondo piano rispetto all’aspetto per così dire fieristico. Ed è stata importante quella sua presa di posizione perché ci si. amo fermati a riflettere e abbiamo saputo re-indirizzare l’evento».

Dunque c’erano dei punti di debolezza.

«Sì. In effetti se dovessimo analizzare i punti di debolezza di Expo ne troverei due. In primo luogo i primi due, tre mesi sono stati poco potenti. Sono arrivati in ritardo anche gli stranieri. Sia per le polemiche e gli scandali iniziali sia perché, avevamo fatto una promozione poco convinta all’estero. In secondo luogo avremmo dovuto subito interpretare con più forza il messaggio dello squilibrio tra la parte povera e quella ricca del mondo. Che poi è stato fatto. Penso alle conferenze sul vino, sull’olio, alla giornata mondiale della pasta».

Lei era a Expo anche come imprenditore. Com’è andata per Eataly?

«Be’, non temo di dire che il successo di Eataly è stato superiore alle più rosee aspettative. Su 21 milioni di visitatori ben sette sono entrati nel nostro spazio dove c’erano esposte le opere di artisti italiani contemporanei. Per noi hanno lavorato 218 ragazzi, hanno preparato da mangiare 100 osterie per un totale di tre milioni di piatti degustati. Posso parlare di un fatturato esplosivo: abbiamo superato i 32 milioni. Un bel dato per i ristoratori che hanno lavorato sotto l’insegna di Eataly: a loro va il 70% degli incassi. Italiani e stranieri hanno potuto conoscere l’incredibile ventaglio di proposte gastronomiche della penisola».

Il cibo di quale regione ha avuto più successo?

«Le prime tre regioni per gradimento sono state Emilia-Romagna (grazie a lasagne, tortellini, tagliatelle, una celebrazione dei primi piatti, che restano il cibo confortevole), Sicilia che è il brand più conosciuto all’estero, e poi Lazio e Liguria. La specialità più venduta all’interno delle osterie d’Italia è stato l’arancino di riso siciliano. Fuori dei circuiti osterie, la pizza napoletana è stata imbattibile».

Lei ha presentato di recente il progetto Fico (Fabbrica italiana contadina). Sarà un po’ una Expo italiana permanente?

«Potremmo dire così. Fico vuoi celebrare il paese più biodiverso del mondo che può essere capitano di una vera rivoluzione culturale, fondata sulla qualità artigianale. Il cibo può diventare la nostra attrazione turistica. Più che spostare il cibo è possibile attirare qui le persone per vedere dove il cibo nasce, in una sorta di Disneyland dell’agro alimentare».

Che ne pensa del tema del prossimo Expo, Dubai 2020?

«Il tema è Connecting minds, connettere le menti. Ed è quello che noi italiani dobbiamo iniziare a fare: basta con i singoli eroi è tempo di fare sistema».

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