CLAUDIA E LA TRIESTE DI SVEVO

È ripartita qualche giorno fa per Parigi la bella Claudia, bella malgrado gli anni, inalterata la voce, prima criptata, poi scoperta, anzi esibita da Fellini, espressione di "perturbante" fascino che pervade la figura intera. A noi rimane il suo sorriso così fresco, così aderente a quel personaggio che interpretò nel 1962 qui in una Trieste diversa, molto diversa.


Angiolina, esuberante creatura sveviana, non sembra spenta nel ricordo di un'attrice che dice di aver vissuto molte vite attraverso i personaggi interpretati nei suoi film: Angiolina è un prodotto della femminilità triestina di sempre, originale e unico anche nella descrizione stereotipata e ricorrente. Più che parlare delle donne di Trieste, anche evitando accuratamente di scivolare nel cattivo gusto, bisognerebbe riflettere su Trieste e le donne.


È singolare che del passaggio in questa città l'ospite, soprattutto femminile, ricordi la bora, non solo nei suoi aspetti inconsueti e giocosi, ma anche fisiologici: quella sensazione di freddo che ti dà un vento imprevedibile e invadente. Proprio questa imprevedibile invadenza sembra essere il connotato dell'elemento femminile prodotto da questa cultura triestina: Angiolina ha le "sue" regole, come la bora, non risponde ad un "clichè" convenzionale, è imprevedibile, autonoma, remota nelle sue nobili origini, come il sentimento autentico, quello che nasce spontaneo e immediatamente si esprime in un prorompente sorriso o in un garbato filo di passeggera tristezza.


Trieste è il sogno, è il luogo in cui vivere una realtà sognata, Trieste fra oggi, ieri e domani, Trieste che conserva la sua forza ispiratrice per chi vive dentro e per chi viene da fuori, Trieste che sa guardare alla caduta dei pezzi del passato e dopo un lungo viaggio attraverso il deserto, approda a una nuova dimensione: post-moderna, post-industriale; neo-industriale, neo-moderna? Forse. Un'amica psicanalista viennese, una signora che ricordava di aver visto, bambina, il grande Freud vicino alla Votive Kirche, non lontano dalla Bergstrasse, più o meno lì dove oggi sorgono non a caso i giardini a lui dedicati, mi ripeteva che l'esperienza di un'analisi è come attraversare un deserto, un lungo viaggio che per la durezza del percorso e per le sue difficoltà, ti segna, ti cambia, ti ritrovi inevitabilmente diverso.


Trieste ha compiuto questo percorso, è uscita dal vecchio sistema industriale pesante e superato per entrare nel nuovo, una stagione diversa, ricca di molte incognite e di poche certezze per volubilità e volatilità di mercato e per velocità di cambiamento: la civiltà della conoscenza. Questo certamente si coglie immergendosi nell'apparato economico-industriale e imprenditoriale che rimane ai lati della città, che il visitatore occasionale non vede.


L'apparenza qui è la sostanza di sempre, quella della storia non più recente rielaborata e riedita in forme originali, derivate da una combinazione di modi di sentire resi diversi dalle stratificazioni etno-culturali. È singolare che la signora Cardinale abbia colto di Trieste, quarantacinque anni dopo, l'intangibile, il tratto nobile, quello che nessuno ti può portar via, né la decadenza, né il declino generazionale, cioè il profumo della cultura, il gusto estetico, il piacere di guardare alla vita come una esperienza unica, comunque e sempre esaltante.


Buon viaggio signora, torni, torni presto, a dirci che siamo rimasti così, anche se cambiati, pur sempre quelli di un tempo, inclini a guardare la scena di dentro, avvolti e stimolati dalla cornice di fuori. In fondo una bella cornice spesso può migliorare il contenuto di un quadro.

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