Come far rivivere questa spettrale Trieste

TRIESTE. A ben vedere, Trieste ha una spiccata memoria storica. La città non rinnega il proprio passato, lo vive. Tutto quello che è stato si combina perfettamente, ed è ancora oggi vivo. Particolarmente vivo è, però, il passato asburgico, che resta presente non solo nelle opere, ma anche nelle teste. Ancora oggi molte persone affermano che preferirebbero far parte dell’Austria piuttosto che dell’Italia.
Ma proprio per questo, si resta poi stupiti nel vedere che alcune parti risalenti alla Belle époque di questa città, sono state abbandonate al più totale degrado. Un esempio su tutti è il Porto Vecchio. Una visita a questa parte di città dimenticata, è dunque consigliabile.
Chi attraversa l’imponente porta del Porto Vecchio, entra in un altro mondo. Il rumore delle persone, delle macchine, delle moto, scompare quasi subito. Ho come l’impressione, che a ogni passo che faccio, mi allontano di cinquanta metri dalla città.
Mi fermo, chiudo gli occhi e sento gli uccelli, quasi mi trovassi a passeggiare in un bosco, dal quale la città si percepisce solo più come un lontano ronzio, brusio. E sì che non devo aver percorso più di 200 metri. Proseguo nel mio cammino, e sento solo i miei passi sul selciato. Il mio sguardo corre lungo una strada dritta, dove non si scorge anima viva.
Il lato sinistro è fiancheggiato da grandi, imponenti edifici. Su una porta di legno, ormai marcia e chiusa alla meno peggio, c’è un cartello con la scritta: “Non usare l’ascensore. Usare le scale”. Gli edifici sono tutti abbandonati, le facciate sgretolate. Tra gli interstizi si fa largo la vegetazione.
Ma nonostante lo stato di abbandono, sembrano voler cocciutamente difendere l’orgoglio passato contro l’azione distruttrice del tempo. E al visitatore che si mostra interessato, sanno ancora raccontare della loro vita movimentata di allora. Un’alta recinzione che si sviluppa lungo tutto il perimetro del porto, trasformandolo in una sorta di città proibita, vieta l’accesso.
Sul lato destro c’è invece un muro che separa la città morta, dalla città viva. E mi viene in mente il Muro di Berlino, che due giorni prima che la storia lo abbattesse, avevo percorso per diversi chilometri. È curioso che ci pensi ora, so benissimo che questo muro non ha nulla a che vedere con quell’altro. Sarà forse, perché durante quella mia passeggiata berlinese, mi ero ritrovato da solo, esattamente come ora.
Oppure il motivo potrebbe essere che questo muro divisorio, sembra voler separare una vita degna di essere vissuta, da una che non lo è. Proseguo il mio cammino. C’è un gatto che per un po’ mi segue. Guardando avanti vedo che in lontananza la strada piega verso sinistra, mentre i binari che la percorrono, tirano dritto, per scomparire poi nel nulla, sovrastati da erbacce e sterpaglia. Lì, dove poi svolta a sinistra, c’è un semaforo. Ha il rosso acceso. Mi chiedo a chi dovrebbe servire questa segnaletica. Cos’è, passano ancora treni da queste parti? Già, ma dove vanno? No, niente treni.
Il motivo è molto più banale. La strada qui è così stretta che due macchine affiancate non ci passano. E in effetti, subito dopo la curva, c’è una macchina che attende paziente il verde. Mi viene incontro una signora che fa jogging. E anche due ragazzi in bicicletta. Ma allora, c’è ancora un po’ di vita da queste parti?
C’è una specie di piazza che schiude la visuale su una strada parallela. È chiusa. Ma il colpo d’occhio su questi meandri di rovine spettrali incanta. Mi vengono in mente tutta una serie di film che si sarebbero potuti girati qui. Cerco di immaginarmi la vita che un tempo pulsava in queste strade. E provo a immaginare tutto quello che qui potrebbe sorgere.
Una città per progetti di vita alternativi, un campus universitario con abitazioni per studenti, una Mecca per gli artisti, una palestra per architetti capaci di coniugare il vecchio con il nuovo.
Oppure, si potrebbe mettere questa immensa superficie a disposizione di persone con idee creative. Certo, se così fosse, le scuole guida perderebbero un ideale spazio di esercitazione. Già, perché è la terza volta che una Renaul grigia, con una donna al volante e a fianco un istruttore con gli occhiali da sole e l’aria piuttosto rilassata, fa il giro attorno all’edificio 26. Ma credo che sarebbe una perdita facilmente digeribile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








