COME TUTELARE IL CARSO
La consultazione e la partecipazione dei cittadini alle scelte di politica territoriale e ambientale devono comprendere anche le analisi e i documenti di carattere scientifico e tecnico? Istintivamente la risposta è no! Si dovrebbe infatti dare per scontato che i dati scientifici relativi a un certo ambiente devono scaturire da analisi oggettive, eventualmente confutabili e correggibili solamente nelle stesse sedi scientifiche, riservati dunque a una discussione dialettica di soli esperti.
E a prescindere dal fatto che, in base a quei dati, si possano compiere scelte di politica territoriale rispetto alle quali i cittadini possono ottenere vantaggi ovvero penalizzazioni. Se, per esempio, gli esperti geologi classificano un territorio a "rischio sismico" con la conseguenza di imporre vincoli di tipo edilizio e urbanistico, con deprezzamento del valore di certe aree e un aumento dei costi di costruzione degli edifici, pare del tutto improponible che l'individuazione dell'area soggetta a quel pericolo naturale debba essere perimetrata nell'ambito di una pubblica assemblea di cittadini la maggior parte dei quali avrebbe serie difficoltà a distinguere un granito da un calcare o stabilire la direzione di una faglia.
È invece del tutto lecito e addirittura opportuno che sulla base di quelle conoscenze, la popolazione venga resa consapevole dei problemi e partecipe delle scelte di politica territoriale relativa alle zone inedificabili, quelle da mettere in sicurezza, da risanare e così via. Diverso è il caso per l'imposizione del vincolo paesaggistico, stabilito inizialmente da una legge del 1939, ispirato da una concezione estetica del paesaggio e dunque contenente in sé elementi di indiscutibile soggettività, a valutazioni critiche e scelte condizionate dalla possibilità,opportunità, convenienza di perimetrare un territorio piuttosto che un altro in base a criteri di "bellezza".
Questo almeno fino alla sua riforma sostanziale con la cosiddetta legge "Galasso" che ha introdotto criteri ecosistemici anche per la tutela del paesaggio. Ben diverse e più pesanti reazioni sta invece creando la perimetrazione delle Zone di Protezione Speciale (ZPS), previste da una Direttiva dell'Unione Europea del 1979 e che solo recentemente si è tradotta in atti concreti da parte dello Stato e della Regione, con l'individuazione di alcune vaste aree quali le lagune di Marano e Grado, buona parte delle Alpi Carniche e Giulie, i due Parchi naturali regionali, i magredi del Cellina- Meduna e il Carso triestino e goriziano.
I criteri stabiliti dalla Direttiva del 1979 sono relativi alla tutela dell'avifauna e dei vari habitat necessari alla sua conservazione, riproduzione, sosta e rifugio: dunque si tratta di valutazioni di carattere scientifico specialistico appartenenti alla competenza di biologi, naturalisti e ornitologi. Le proteste da parte del mondo agricolo si sono concentrate in modo particolare nei mesi scorsi contro l'eccessiva estensione della ZPS dei Magredi del Cellina-Meduna e più recentemente contro quella del Carso triestino-goriziano, oggetto pure di ricorsi al Presidente della Repubblica e al TAR con toni e contenuti che lamentano non solo le limitazioni all'uso del suolo ma contestano la mancata consultazione popolare e addirittura paventano un disegno strategico retrostante la ZPS in questione, finalizzato alla "pulizia etnica" dell'altipiano carsico. Sulla fondatezza del ricorso si esprimerà la magistratura competente. Sui motivi per cui si è giunti ad un simile stato di esasperazione è invece opportuna qualche considerazione. Si possono individuare, soprattutto in capo alla Regione Friuli Venezia Giulia, tre linee di comportamento che, in concorso fra loro, hanno prodotto un risultato davvero preeoccupante sotto il profilo socioeconomico e deludente sia per la politica di conservazione della natura che per l'evoluzione e il miglioramento dell'agricoltura e dell'allevamento in questa regione. Per prima cosa si deve lamentare la strenua e alla fine inutile resistenza nei confronti della Commissione Europea a definire le ZPS regionali nella misura e nelle qualità congruamente stabilite dalla Direttiva 409 del 1979, subendo ripetute procedure di infrazione prima di dover cedere alla minaccia di azzeramento dei sussidi agricoli comunitari (in compagnia di molte altre regioni italiane).
Come seconda conseguenza di un tale comportamento si deve registrare una informazione della pubblica opinione e in particolare degli operatori agricoli, ma anche del mondo venatorio, gravemente lacunosa e per lo più distorta, sia sulla natura delle ZPS e di tutta la Rete Natura 2000, sia sul loro regime gestionale, sulla entità dei limiti all'uso dei suoli, e soprattutto sui concreti e possibili vantaggi ottenibili. Del resto, per quale motivo i cittadini avrebbero dovuto essere più informati, responsabili ed entusiasti della Regione (intesa sia come guida politica che apparato tecnico) che per diversi anni ha mantenuto una posizione a dir poco scettica e scarsamente collaborativa sul tema? Il punto cruciale è però il seguente. L'Unione Europea ha caldamente invitato gli Stati membri a trasformare ed innovare profondamente il sistema agricolo in senso più ecosostenibile, incoraggiando metodi colturali basati più sulla qualità che sulla quantità, sulla tutela dei suoli e delle acque, della biodiversità, degli habitat naturali.
In questa linea avrebbe dovuto essere impostato il Piano di Sviluppo Rurale (PSR) per il periodo 2007-2013 e con questi finanziamenti doveva essere sostenuta anche la Rete Natura 2000 di aree protette, di cui le ZPS fanno parte. Il Piano di Sviluppo Rurale del Friuli Venezia Giulia, attualmente all'esame della Commissione Europea, è sotto questi aspetti profondamente deludente. Infatti, le indennità da corrispondere per i tipi di utilizzo dei suoli legati alla Rete Natura 2000 sono in pratica inutilizzabili, perché in quasi cinque anni nessun piano di gestione di quei siti è stato approvato, pur avendo avuto a disposizione tutti gli strumenti e le competenze necessarie. Inoltre, le risorse assegnate al miglioramento dell'ambiente e dello spazio rurale sono assolutamente scarse e la loro dimensione percentuale pone il Piano di Sviluppo Rurale del Friuli Venezia Giulia non solo all'ultimo posto fra tutte le regioni italiane, ma quel che è peggio è che esse sono diminuite anziché aumentare rispetto al Piano del precedente periodo 2000-2006.
Il Piano di sviluppo rurale 2007-2013 doveva invece essere concepito, redatto e discusso e divulgato con grande attenzione alla realizzazione degli obbiettivi voluti dalla riforma agricola comunitaria e della sua partecipazione al Progetto Natura 2000, per le cui zone da almeno quattro anni dovevano essere già vigenti i relativi Piani di gestione, necessari anche al fine di superare la fase delle salvaguardie generiche e con esse le giuste lamentele legate alle insicurezze operative dei proprietari dei terreni di fronte ad un panorama di regole piuttosto incerto.
Se si fosse seguita la strada indicata dall'Unione Europea, oltre ad evitare un quadriennio di inutili conflitti istituzionali, sarebbe forse stato possibile avviare quella stagione di alleanza fra agricoltura e ambiente di cui l'intera Regione, e il Carso in particolare, ha estremo bisogno, proprio per rallentare il continuo degrado e scomparsa di habitat, ma soprattutto per contrastare l'aggressione e la distruzione diretta da parte di nuove invasive e devastanti forme di infrastrutturazione e urbanizzazione.
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