Con la rete domiciliare Tso sotto la media

Il direttore del Dipartimento salute mentale Bertoli: a Gorizia solo uno ogni due mesi, in Fvg 29 l’anno
Bumbaca Gorizia 08.06.2018 Fondazione convegno TSO © Fotografia di Pierluigi Bumbaca
Bumbaca Gorizia 08.06.2018 Fondazione convegno TSO © Fotografia di Pierluigi Bumbaca

Serve davvero una proposta di legge che perfezioni la 180, quella norma voluta da Franco Basaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi e a una revisione del sistema di cura della salute mentale? Per Gorizia e per il Friuli Venezia Giulia sembrerebbe di no, almeno a sentire i relatori intervenuti ieri a un convegno sulla riforma del Trattamento sanitario obbligatorio avanzata dai Radicali italiani. Del tema hanno parlato Mario Brancati, presidente dell'Anfass, l’avvocato Michele Capano, estensore della proposta di riforma sui Tso, Marco Bertoli, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Aas Bassa friulana-Isontina, Franco Perazza, già direttore del Dsm dell’Ass numero 2, Franco Rotelli, psichiatra triestino, e l’assessore comunale alla Sanità e Silvana Romano.

Tra diverse sfumature di pensiero, Bertoli e Perazza hanno sottolineato che il numero di Tso a Gorizia e in Friuli Venezia Giulia non solo è tra i più bassi d’Italia, ma neanche si avvicina alle statistiche nazionali. Questo soprattutto per la rete di servizi messa in atto negli anni da azienda sanitaria e servizi sociali, con il meccanismo della residenzialità dei pazienti fuori dagli ospedali e degli operatori sanitari dislocati sul territorio. Un sistema efficace ma pur sempre migliorabile, su cui “tenere sempre alta l’attenzione”. «I manicomi possono tornare in forme diverse, non con i muri ma attraverso i servizi», ha fatto presente Perazza. La situazione al momento pare però positiva. «Registriamo in media 29 casi di Tso in 4 centri di Salute mentale all’anno, 7 parlando di Gorizia, quindi uno ogni due mesi - riporta Bertoli -. Facendo una proporzione, in Italia si parla di 20 casi ogni 100 mila abitanti, qui di 10 ogni 100 mila. Il Friuli Venezia Giulia è prima in Italia per la rete domiciliare degli interventi». Una realtà costruita negli anni che si teme si possa comunque guastare.

Tra gli interventi del pubblico ad esempio Daniela Careddu, in rappresentanza delle associazioni dei familiari dei pazienti con disturbi mentali, ha sollevato la questione di un possibile appesantimento tecnico e burocratico della legge 180 con indebite nuove procedure da applicare. L’ispettore capo della Polizia municipale Zucchi di Trieste ha invece ricordato che il Corpo collabora con le aziende sanitarie per attuare i Tso a volte senza un’adeguata formazione. Parlando ancora della misura di contenzione, è stato però chiarito che non si è più in presenza, ormai, di una sorta di carcerazione. «Il Tso è una garanzia per l’utente che può essere anche contestata», ha specificato Bertoli. E Perazza ha citato lo psichiatra triestino Rotelli per il quale «il Centro di salute mentale doveva essere come un suk di Marrakech». Un mercato insomma, vivo e vitale, ma anche un percorso difficile e faticoso dove l’idea delle “porte aperte” sembra essere definitivamente passata.

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