Coronavirus, ospedali in Serbia occupati al 90%: pazienti sempre più giovani

Contagi in risalita anche in Croazia (+92) e Slovenia (+19): il morbo fa paura. Per ora “salvi” i turisti

BELGRADO. Acuta l’emergenza in Serbia, numeri che risalgono nella vicina Croazia, dopo giorni di relativa calma. E quadro sempre fosco in Bosnia, Kosovo, Montenegro, Albania, Romania e nel resto dei Balcani. Balcani dove il virus non smette di fare paura.

Lo confermano, in particolare, i dati resi pubblici ieri dall’unità di crisi in Serbia – fra i Paesi più colpiti dalla recrudescenza dell’epidemia - che ha parlato di altri 351 contagi confermati e di undici decessi per Covid nelle ultime 24 ore, mentre i casi attualmente positivi risultano essere ben 4.900, 169 le persone in intensiva. La situazione è preoccupante ovunque, ma in particolare a Belgrado, dove ormai gli ospedali Covid sono occupati al 90% delle capacità.

Serbia dove i pazienti sono sempre più giovani, «un quarto ha tra i 30 e i 39 anni», ha informato ieri la numero due dell’Istituto per la salute pubblica “Batut”, Darija Kisic Tepavcevic. Ma problemi seri si manifestano ovunque, da Novi Pazar a Nis, arrivando alla Vojvodina, a nord. Al punto da spingere le autorità a estendere a tutto il territorio nazionale l’obbligo dell’uso delle mascherine al chiuso, caldamente consigliate ora anche all’esterno, col divieto di assembramenti con più di dieci persone.

Serbia dove hanno fatto scalpore le dichiarazioni del presidente Aleksandar Vucic, che ieri ha promesso che il Paese balcanico potrebbe essere il primo a ricevere un vaccino contro il coronavirus entro la fine dell’anno e che sarebbero in corso negoziati «con una nazione» straniera non precisata, forse la Cina.

Situazione epidemiologica che si mantiene complicata in Croazia, che ieri ha registrato altri 92 nuovi contagi, dopo che erano stati in media “solo” una cinquantina nei giorni scorsi, 84 martedì. Ma la crescita sarebbe stata messa in conto e non ci sono nuovi focolai, ha rassicurato il numero uno dell’Istituto per la sanità pubblica, Krunoslav Capak, che si è detto ottimista su una prossima diminuzione del numero degli infetti.

Per contrastare l’estendersi dell’epidemia, Zagabria punta moltissimo sull’uso delle mascherine, obbligatorie anche per gli addetti al commercio, alla ristorazione, all’ospitalità e coloro che lavorano a contatto con il pubblico nelle istituzioni, inclusi uffici pubblici, poste e banche.

Misure che sono pensate anche per proteggere il comparto turistico, che sta riprendendo vigore malgrado la crisi causata dal Covid: sono ora circa 600mila i visitatori stranieri presenti al momento sulla costa adriatica croata – con solo quattro casi di contagio tra i turisti. In risalita i contagi anche in Slovenia, dove i numeri tuttavia sono incomparabilmente più bassi rispetto al resto della regione: sono stati 19 martedì, nessun decesso.

I problemi sono assai più marcati in altre aree della regione balcanica, in particolare in Bosnia, Paese che ha ieri confermato altri 233 contagi e quattro decessi, in Kosovo (+119), in Albania (+85) e soprattutto in Montenegro – che dopo aver ricevuto il risultato di tamponi inviati in Germania per velocizzare i test – ora è il Paese dell’area con il più alto numero di casi attivi (231 per 100mila abitanti), hanno riportato i media locali. Nel frattempo, nel Paese dell’area con più casi in assoluto, la Romania (oltre 34mila da inizio epidemia, quasi 2.000 i decessi), il presidente Iohannis ha prolungato lo stato d’emergenza per altri 30 giorni.
E lanciato un appello alla popolazione: «proteggetevi!». 

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