«Così hanno assassinato la mia Natalia»
«Juan Pablo è figlio mio, così come la piccola Leyna Natalia. Sono rimasto solo e ho bisogno di aiuto: lei aveva appena 31 anni, adesso vado avanti per loro»

«Potrebbero anche passare cent’anni, ma mai potrò dimenticare il volto giovane e spietato del killer della mia Natalia. L’ha uccisa barbaramente, con un colpo in mezzo alla testa, mentre lei si era avventata su di lui con l’intento di strappargli la pistola per paura che sparasse a me. Una rapina finita male». Fotogrammi ancora pieni di sangue che scorrono lentamente davanti ai suoi occhi in un incubo che rischia di non avere mai fine.
Adesso che ha ricominciato faticosamente a raccogliere i frammenti di un’intera vita andata in frantumi con un colpo di pistola in un maledetto giorno di aprile a Sincelejo, Joaquin Leonidas Betancourth Villegas, 48 anni, cuoco-pizzaiolo colombiano che da 11 anni vive in Italia, ha trovato quella minima distanza necessaria per raccontare com’è stata uccisa il 22 aprile scorso sua moglie Natalia, cameriera in un ristorante delle Torri d’Europa, durante una vacanza nel loro Paese organizzata per mostrare ai nonni il loro secondo ”orgoglio”, la piccola Leyna Natalia di 16 mesi. Il primo ”orgoglio” si chiama invece Juan Pablo, è un ragazzo sveglio e anche troppo maturo per i suoi quasi 13 anni.
Ha superato con ottimi voti la prima media, si è guadagnato anche gli encomi degli insegnanti riuscendo a reggere il peso di un dolore così grande. Lui, che era rimasto a Trieste da amici di famiglia per non perdere le lezioni, ha saputo dai giornali la tremenda verità dell’uccisione della mamma. «Si sono dette e scritte tante cose sbagliate su questa storia, come quella che Juan Pablo non sarebbe figlio mio. Niente di più falso», attacca Joaquin senza mai perdere la calma. «Io ho conosciuto Natalia nel ’94, aveva sedici anni ed era ancora una ragazza. Tra me e lei c’erano 17 anni di differenza. Quattro anni più tardi ho lasciato la Colombia per venire a lavorare a Trieste, in un’azienda che produceva caffè. Nel ’99 lei è venuta qui per tre mesi come turista, poi è tornata nel nostro Paese ma nel 2000 ci siamo sposati. Juan Pablo era già nato. Non abbiamo mai creato problemi a nessuno. I figli da tirare su e il lavoro le uniche nostre preoccupazioni».
Joaquin ora deve arrangiarsi da solo, a casa deve riempire anche il vuoto lasciato dalla moglie e madre dei suoi figli. Lavora più ore dell’orologio per mantenere la famiglia e la sera è costretto a lasciare i bambini con due amiche colombiane.
«Sì, ho bisogno di aiuto, di qualsiasi tipo di aiuto. Così è dura. Le assistenti sociali hanno promesso che mi troveranno una baby-sitter. Anche un parroco mi dà una mano. Così come sono stati veramente generosi tutti i dipendenti delle Torri, dove lavorava Natalia, che hanno organizzato una colletta. Senza quei soldi non so come avrei potuto affrontare tutte le spese. Vorrei anche trovare un appartamento migliore di quello di via Battera per i miei figli, ma non è facile. I prezzi sono troppo alti per me, se qualcuno vorrà darmi una mano la accetterò volentieri...»
Signor Betancourth, sul movente dell’uccisione di Natalia sono state formulate varie ipotesi: lei sa perché sua moglie è stata ammazzata?
«Gli investigatori stanno lavorando su tre ipotesi, in base soprattutto alla mia testimonianza. Per dodici anni ho fatto il poliziotto nella ”narcotici” per cui ho una certa esperienza».
E quindi sarà stato preso in considerazione anche il suo passato di poliziotto...
«No, lo escludo. Nessuna vendetta. È da quasi vent’anni che non faccio quel lavoro. Ero stato distaccato in altre città, nessuno può ricordarsi di me. Non può essere. E poi io torno ogni anno a Sincelejo e non mi è mai successo niente».
E allora?
«Per come è andata e per come l’ho vissuta anche sulla mia pelle, è stata una rapina finita male. Quel tipo ha perso la testa. Eravamo andati a salutare mia madre prima del mio ritorno a Trieste. C’era anche mia sorella che vive a Fiumicello. Qualcuno ha saputo che in quella villa c’erano dei turisti italiani e quindi anche dei soldi. Con i duemila euro che hanno preso dalla borsetta di mia moglie più un cellulare e una fotocamera digitale in Colombia si campa per due anni».
Quali sono le altre ipotesi?
«Mah, potrebbe essere stato un errore, uno scambio di persona. Quella stessa mattina era accaduto un fatto strano. Due ragazzi in moto, davanti alla casa di mia madre, avevano chiesto della signora Marina, che è mia sorella. Lei aveva risposto ”sono io” ma se n’erano andati sostenendo poi di essersi sbagliati. ”Cerchiamo un’altra Marina”. Forse volevano studiare il posto. No, non è stato neanche uno scambio di persona. Non c’è alcuna somiglianza tra mia moglie e mia sorella»
Qualcuno poteva voler male alla sua famiglia o a quella di sua moglie?
«Nessuna vendetta trasversale. E voglio anche sottolineare che la mia famiglia non ha assolutamente nulla a che vedere con il narcotraffico. Ho però raccontato alla polizia che mia moglie mesi fa aveva ricevuto dalla Colombia una brutta telefonata. Era stata minacciata da una donna: ”Se torni in Colombia ti ammazzo”. Forse una vecchia rivale in amore, chissà. Nessuno ci aveva dato peso, comunque ne avevamo parlato. Ma ripeto, per come è stata uccisa, secondo me è stata una rapina finita male».
Racconti...
«Avevamo appena finito di pranzare a casa di mia madre e fuori ci aspettava una macchina con un mio amico che mi doveva portare all’aeroporto. Io dovevo partire prima. Mi accingevo a entrare in macchina, mentre Natalia e mia madre erano ancora fuori per salutarsi, quando è sbucato un ragazzo che probabilmente ci aspettava nelle vicinanze. Ha preso mia moglie per una spalla intimandoci: ”Fermi, questo è un assalto”, che significa una rapina. Mia madre impaurita è corsa in casa, io invece sono sceso dalla macchina per affrontarlo gridando di lasciarla stare, di mollare mia moglie. Evidentemente non si aspettava la mia reazione. Ho cominciato ad avanzare verso di lui e quel tipo indietreggiava tenendo Natalia. ”Non farle del male”, gli ho urlato. Lui mi ha puntato addosso la sua pistola, una calibro 38 a canna lunga. Natalia ha avuto paura che mi sparasse e con un gesto istintivo ha messo tutte e due le mani sulla sua arma per deviare un eventuale colpo. Il rapinatore l’ha buttata per terra, le ha sparato un colpo alla testa e dopo averle strappato la borsetta è scappato via. Io l’ho inseguito e lo avrei preso ma neanche 50 metri più avanti c’era un complice con la moto pronta a partire. L’assassino è saltato su e sono spariti. Sono tornato indietro e ho visto mia moglie agonizzante. Prima era seduta per terra, poi mi ha guardato ancora un attimo e si è accasciata. Il sangue le usciva dalla testa e dalla bocca. Una scena terribile. Io e il mio amico l’abbiamo soccorsa ma non c’era più nulla da fare. L’abbiamo portata all’ospedale, a soli 150 metri di distanza. E lì è morta».
Ma il suo amico-autista mentre vi attendeva in macchina non si è accorto di nulla?
«Purtroppo no. L’auto aveva un problema al radiatore e aveva sollevato il cofano per rimediare all’inconveniente. Questo non gli ha permesso di vedere il rapinatore. Né lui ha visto il mio amico. E difatti quando ha visto che c’erano due uomini ha preso paura e forse anche per questo ha reagito così male».
Ma vi stava aspettando fuori?
«Non credo, forse ci stavano sorvegliando. Secondo me c’era anche un secondo complice, oltre a quello della moto, che doveva segnalare quando qualcuno sarebbe uscito dalla casa, che è ben protetta da un cancello con le sbarre. Probabilmente volevano fare un’irruzione».
Li hanno presi?
«Ancora no, io ho fornito un identikit preciso dell’assassino che era a volto scoperto. Un giovane di poco più di vent’anni, di corporatura e altezza media. E bruno come me. Mai visto prima. L’altro sulla moto aveva il casco. Non è facile trovare il rapinatore, dalle mie parti c’è un morto al giorno ma le indagini vanno avanti. C’è anche molta omertà, la gente non parla perché ha paura. E io adesso sono rimasto solo con i miei due figli. Natalia non c’è più, aveva solo 31 anni. Vado avanti per loro».
Argomenti:omicidi
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