Dagli esordi negli anni ’60 ai tanti premi ricevuti, Sergio artista innovatore

Della mostra allestita a Gorizia a Palazzo Attems diceva commentando il titolo: «Nella camera oscura si ripete  il miracolo dell’immagine»



«È stato scelto il titolo Oscura camera per questa mostra perché è proprio nella camera oscura che si ripete il miracolo, l’immagine che emerge, meravigliosa magia della fotografia analogica». In uno degli ultimi incontri che ho avuto con Sergio Scabar prima dell’inaugurazione dell’antologica “Oscura camera 1969-2018”, tutt’ora in corso (fino al 13 ottobre) a Palazzo Attems Petzenstein di Gorizia, Sergio aveva voluto sottolineare proprio questo aspetto della fotografia, lo stupore che sempre provava nel vedere la sua idea, il suo pensiero, farsi immagine. Un’idea della fotografia che non voleva raccontare quanto piuttosto cristallizzare, fissare e dare la giusta dignità ad ogni cosa, attraverso una grammatica visiva molto raffinata, costituita da una cultura a tutto tondo. Arte intesa nel senso più ampio del termine, pittura, musica, cinema, ma anche attenzione per il sociale e una coscienza civile che non si lasciava scivolare le cose addosso, ma le analizzava in profondità.

Sergio Scabar ci ha lasciato ieri, a metà di un’esposizione di cui era davvero fiero, curata nei minimi dettagli come solo lui sapeva fare, che ci permette di conoscerlo attraverso cinquant’anni di lavoro e ricerca incessante. Dagli esordi degli anni Sessanta, con opere per la maggior parte inedite, tra cui l’interessante serie “Placet Experiri” del 1969, vincitrice del Festival del reportage e del racconto fotografico di Fermo, alle 50 fotografie, contrassegnate da una forte impronta testimoniale, di “Interno di un interno di un ospedale psichiatrico”, che Scabar aveva scattato nel 1976 all’interno dell’ospedale psichiatrico di Gorizia.

Autodidatta, nato a Ronchi dei Legionari nel 1946, Sergio Scabar comincia ad interessarsi alla fotografia nel 1964. Dal 1966 al 1974 partecipa saltuariamente a concorsi nazionali ed internazionali utilizzando la fotografia soprattutto con finalità di racconto e reportage.

Successivamente, negli anni ’80, il suo lavoro prende una svolta sostanziale, la figura umana esce dai suoi lavori ed il suo interesse si concentra sulla natura, sublimando l’aspetto materiale e concettuale. La sua svolta stilistica votata a una ricerca poetica incentrata sull’essenzialità degli oggetti e delle loro forme, avviene con il ciclo “Il teatro delle cose” del 1999. Scabar mette a punto, dopo anni di sperimentazioni, una particolare tecnica di ripresa e la stampa alchemica ai sali d’argento in unica copia, che gli consente di ottenere dei risultati molto particolari in termini di tonalità opache scure, che sono diventati il suo inconfondibile segno distintivo. Questa tematica si avvale di una ricerca di formati fuori standard, come dimostrano le cornici stesse, veri e propri manufatti artigianali realizzati dallo stesso artista a compendio dell’immagine raffigurata.

Nel 2003 riceve dal Centro Ricerca Archiviazione Fotografia di Spilimbergo l’importante premio “Friuli Venezia Giulia Fotografia”. Ha esposto per numerose gallerie private e per diverse istituzioni in Italia e all’estero, nonché pubblicato diversi volumi relativi ai suoi cicli. —





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