Dai guanti al plexiglas, l’altalena della verità

Dalle diverse verità che punteggiano l’attuale situazione ancora emergenziale discendono decisioni che regolano i nostri comportamenti quotidiani nello scenario poco tranquillizzante della paura di nuovi focolai.

TRIESTE Mi affiora alla mente – pensando all’altalena delle verità che stiamo vivendo – un episodio curioso della mia esperienza di studente universitario. Milano, primi anni Sessanta, tiene lezione uno dei più noti storici della filosofia antica, parla di uno scritto giovanile di Aristotele, una specie di ponte di passaggio rispetto al pensiero maturo di Platone. E quasi ogni volta esordisce, così, con il suo modo trascinato di pronunciare le parole allungando le vocali: “Platone, pardon Aristotele…”. Indimenticabile, come tanti brandelli di ricordi del genere, miei e di ciascuno di noi.

Se la scuola è rimandata a settembre
Italian Minister of Education, Lucia Azzolina, attends a press conference at the end of a Cabinet at Chigi Palace in Rome, Italy, 06 April 2020. ANSA/CHIGI PALACE PRESS OFFICE/FILIPPO ATTILI +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++


Lui aveva i suoi buoni motivi per ripetere questa sorta di lapsus, che a veder bene lapsus propriamente non era e che noi aspettavamo quasi con ansia a ogni esordio di lezione. Non si può dire altrettanto dell’altalena delle verità che punteggiano l’attuale situazione ancora emergenziale, anche se il virus sembra essersi attutito nella sua virulenza. Da tale altalena discendono decisioni che regolano i nostri comportamenti quotidiani nello scenario poco tranquillizzante della paura di nuovi focolai. Un esempio: i guanti protettivi sono utili ed essenziali, pardon i guanti protettivi non sono indispensabili anzi possono favorire il contagio.

La battuta involontariamente gustosa del mio antico professore faceva oscillare due narrazioni di modo che entrambe conservassero un senso di verità, oggi la televisione e i giornali ci comunicano che qualcosa decade e qualche altra cosa prende il suo posto, la prima annulla e sostituisce la seconda. Nel caso che ho menzionato, decisori sono gli epidemiologi e i vari ricercatori scientifici che studiano il virus. Ma la decisione può essere elaborata anche dai politici, dal governo e dagli stessi amministratori locali. Non credo di correre il rischio di sembrare qualunquista, se osservo che ciò che domina oggi è una sensazione di incertezza diffusa sulla quale dobbiamo tentare di ragionare.

Si arriva a esempi abbastanza sconcertanti come la determinazione metrica della distanza di sicurezza da tenere tra noi e gli altri (congiunti esclusi). Un metro? Oppure un metro e ottanta? Due metri? A naso riusciamo a immaginarci cosa sia la distanza di un metro, facciamo più fatica se i metri da calcolare devono essere due e sfido chiunque a identificare quell’uno e ottanta che magari ci figuriamo in altezza ma di cui non abbiamo una precisa percezione quando si tratta di lunghezza. Dovremmo andare in giro con un nastro da sarto in tasca, magari nella stessa in cui teniamo il liquidino disinfettante per le mani e, opportunamente ripiegata, la mascherina chirurgica da indossare quando entriamo in un luogo chiuso. Un ulteriore esempio in tema di scuola, è rappresentato dalle protezioni di plexiglas, prima proposte per il non facile ritorno in classe e poi cassate come improponibili gabbie (e qui c’è stata anche la buffa altalena delle esse con cui scrivere correttamente il termine).

Eppure ci uniformiamo a un’altalena di piccoli obblighi e non ci sorprendiamo più di tanto delle svolte che la “verità” subisce da un giorno a quello seguente. Ma quale morale della favola, per dire così, ne ricaviamo? Semplicemente che le decisioni contengono poca verità per fretta e improvvisazione? E che noi siamo ormai avvezzi ad accettare a occhi chiusi le condizioni (stavo per scrivere “le condizionalità”) che ci vengono imposte dall’alto? Oppure c’è dall’altro che non possiamo trascurare? Ipotizzo che la nostra disponibilità ad accettare questa altalena non possa venir ridotta nella passività dell’asino che dice di sì al padrone.

Ottimistica quanto volete, l’ipotesi merita di essere vagliata con attenzione perché ne va anche del nostro senso di responsabilità. Certo, siamo lontani dall’idea che gli opposti (la verità di Platone e quella di Aristotele, nel mio bizzarro déjà-vu) possano stare assieme. L’idea dell’altalena sembra molto più immatura, eppure potrebbe anche rivelarsi un primo passo verso un regime di verità meno assolutistico di quello che implicitamente accettiamo, pur lamentandoci di continuo. Penso al fatto che stiamo cominciando a comportarci come se la verità non fosse un unico cristallo, ma ne potessimo possedere solo frammenti, versioni provvisorie da valorizzare proprio nella loro provvisorietà.

L’esempio del magistrato che si fa un’idea e poi, nel verificarla, si accorge che deve correggerla, modificarla e magari rovesciarla, è un esempio così peregrino? Non credo. Anzi, credo che ciascuno di noi dovrebbe comportarsi così: aprire un’inchiesta seria, ascoltare le testimonianze anche avverse, concludere che la verità non è mai tutta da una parte bensì pencola, oscilla, non si lascia acchiappare, nel bene come nel male. Da qui potrebbe prendere maggiore consistenza un’etica che aborre ogni massimalismo dando linfa a un circuito più virtuoso. —

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