Dall’Est a Trieste: disperati, senza casa né cibo
Molti arrivano dalla Romania. Di notte si sistemano accampati con le brande all’aperto: raddoppiato il numero di presenze al refettorio Caritas. Due famiglie con i bimbi alloggiano tra i ruderi dell’ex hotel Obelisco
TRIESTE
Previsto, atteso, per molti aspetti temuto. Il fenomeno dei massicci arrivi di cittadini dalla Romania, paese che dal primo gennaio è diventato a tutti gli effetti membro dell’Unione europea, è diventato realtà anche a Trieste. Le indicazioni della Caritas parlano chiaro. Nelle ultime settimane è quasi raddoppiato il numero dei romeni che bussano alle porte del refettorio. Molti per mangiare rovistano invece nei cassonetti. E altri, o gli stessi, dormono nei posti più strani. Due famiglie, con figli piccoli, hanno «preso casa» all’ex hotel Obelisco.
Previsto, atteso, per molti aspetti temuto. Il fenomeno dei massicci arrivi di cittadini dall’Est europeo, con in prima fila la Romania, paese che dal primo gennaio è diventato a tutti gli effetti membro dell’Unione europea, è diventato realtà anche a Trieste. Non ha ancora assunto i contorni dell’invasione, ma sta iniziando ad acquistare proporzioni significative. Le indicazioni fornite dalla Caritas parlano chiaro. Nelle ultime settimane è raddoppiato il numero dei romeni che bussano alla porta del refettorio di via Felice Venezian per avere un pasto caldo: erano una trentina in aprile, sono diventate oltre cinquanta in maggio.
Ad arrivare a Trieste sono spesso nuclei numerosi e con bambini molto piccoli. È il caso ad esempio di due famiglie romene con tre figli di pochi anni, uno addirittura di pochi mesi, che avevano «preso casa» all’interno dell’hotel Obelisco. Per giorni avevano dormito e cucinato nella vecchia struttura abbandonata. A scoprirli sono stati i vigili del fuoco, allertati da alcuni passanti insospettiti dalla presenza di fumo. Fumo, si è poi scoperto, prodotto dal fornelletto da campo usato dalle due famiglie per preparare i pasti.
Così come si ingegnano per trovare un riparo notturno, i nuovi arrivati cercano soluzioni di fortuna anche per recuperare da mangiare. C’è chi, per esempio, ha messo da qualche tempo gli occhi sui cassonetti della zona di San Giacomo. Quando cala la sera arrivano in tanti, anche con i bambini al seguito, svuotano rapidamenti i bottini e portano via i sacchetti dell’immondizia con gli avanzi più «invitanti». Scene, assicura chi vive nel rione, che stanno diventando frequenti anche di giorno. «Vedo spesso persone che rovistano nei cassonetti - ammette Fulvio Bronzi, titolare di un negozio di fotografia in via dell’Istria -. Non so se siano tutti romeni, di certo non sono italiani. E la cosa che mi ha colpito ancora di più è che sono giovani, grosso modo sui quarant’anni».
Per lavarsi e fare il bucato i nuovi cittadini comunitari utilizzano le docce della Caritas in via Chiadino. E sempre alla Caritas si rivolgono per avere altri tipi di aiuti concreti, aiuti che però in molti casi non vengono richiesti, ma «pretesi». «Vengono nel nostro centro d’ascolto dicendo «siamo comunitari», come se questo garantisse loro automaticamente tutta una serie di diritti - spiega il direttore, Mario Ravalico -. Invece le cose non stanno così. L’accoglienza ha le sue regole e tutti, comunitari e non, sono tenuti a rispettarle. L’esempio più chiaro riguarda l’alloggio. Chi proviene da paesi membri dell’Unione europea ha tre mesi di tempo per ottenere la carta di soggiorno, mentre per gli extracomunitari il termine è di otto giorni. Per avere quel pezzo di carta, però, è indispensabile dimostrare di avere una residenza o un domicilio. Molti tra gli ultimi arrivati, invece, un alloggio nemmeno lo cercano e finiscono per preferire la formula del «vai e vieni». Anche le due famiglie sorprese a dormire all’hotel Obelisco erano venute da noi già tre volte. Se loro non si attivano per trovare casa, però - continua Ravalico -, noi non possiamo fare molto. Possiamo ospitarli al Teresiano o a San Martino al Campo, ma solo per una notte, perchè così è previsto per i non residenti. Il problema di fondo è la formula seguita da questo tipo di immigrazione. Le famiglie arrivano a Trieste con bambini al seguito, prima ancora di aver trovato una sistemazione. Invece dovrebbero arrivare per primi gli uomini e, solo una volta sistemati, fare il ricongiumento familiare con gli altri componenti».
Di numeri in sensbile aumento parla anche il comandante della Polizia Municipale. «Il fenomeno esiste ed è ben visibile a tutti - commenta Sergio Abbate -. Sempre più spesso intercettiamo romeni e cittadini di altri paesi dell’Est che suonano o chiedono l’elemosina in centro. Se violano l’ordinanza del sindaco, possiamo far loro una sanzione amministrativa. Ma è evidente che non possiamo portarli in questura e seguire le procedure previste per i cittadini extracomunitari. Va detto infine che, al momento, la loro presenza non rappresenta ancora un problema di ordine pubblico, ma non dimentichiamo che con il tempo i flussi potrebbero aumentare».
Una preoccupazione condivisa anche dal primo cittadino. «Solo ieri ho fatto intervenire i miei vigili quattro volte per allontanare persone dell’Est che chiedevano l’elemosina in centro - afferma Roberto Dipiazza -. Del resto, le motivazioni di questa gente sono chiarissime. Chiedendo la questua qui da noi guadagnano in un giorno la stessa cifra che guadagnerebbero in un mese nel loro paese. Dal punto di vista umano, quindi, non si può non essere solidali con loro. Allo stesso tempo, però, devono capire che a Trieste esistono delle leggi e che vanno rispettate. Su questo non ammetto eccezioni e sono convinto della necessità di portare avanti una politica di «tolleranza zero». Studierò quindi con i miei uffici la possibilità di emanare altre ordinanze che vietino loro di dar fastidio in centro. Anche perchè spesso sfruttano i bambini, cosa che in un paese civile non possiamo accettare».
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








