Don Rino è tornato in canonica dopo l’aggressione e il ricovero

Un cuore grande quello di don Rino, anche col pacemaker impiantato nel petto. Il prete del Redentore infatti assolve chi lo ha mandato all’ospedale. E ieri, dopo le note vicissitudini, finalmente ha potuto fare ritorno a casa, accolto dai suoi amati parrocchiani di via Romana. «Ma certo che don Rino ha perdonato l’uomo che gli ha fatto del male, guai se no», commenta don Fulvio Ostroman, che anche l’altro pomeriggio si era recato al San Polo - reparto Medicina - per visitare l’anziano sacerdote.
Scalpitava per tornare a casa, don Rino, abituato fin da giovane a prendersi cura delle anime: di restare in un letto dell’ospedale non ne voleva più sapere. Ma il ricovero si era purtroppo reso necessario, quando ci si è accorti che il brutto dolore alla schiena non voleva proprio passare. Frattura dell’osso sacro, il responso della lastra. E così, per garantire la guarigione all’uomo di chiesa, i medici hanno dovuto ricoverarlo.
Grande la catena di solidarietà che si è massa in moto, con le parrocchiane e i fedeli a compiere la spola tra via Romana e l’ospedale cittadino, per fargli visita. Un segno tangibile dell’affetto per don Rino, che il prossimo 5 febbraio vedrà la sua novantesima primavera. Sono passati ormai 65 anni da quel 29 giugno 1950, solennità dei Santi Pietro e Paolo, giorno in cui l’arcivescovo della diocesi di Gorizia lo ordinò sacerdote nella chiesa di San Michele a Cervignano.
Subito arrivò nel rione di via Romana-Solvay, come cappellano a fianco dell’allora parroco don Ferdinando Tonzar, indimenticato “abate delle Mandrie”. Tecnicamente, data l’età, non amministra più il Santissimo Redentore (gli è subentrato don Fulvio), ma ancora oggi accoglie chi ha bisogno di una parola di conforto, porta la Comunione ogni primo venerdì del mese agli ammalati della comunità, celebra la funzione nei giorni feriali e anche una messa alla domenica. Rimane un prezioso punto di riferimento per i fedeli, che considera la sua “famiglia”. (t.c.)
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