Don Rosa, tre mesi col virus «Ho avuto paura di morire E l’ho superata pregando»

l’intervista
Gianpaolo Sarti
Lo smarrimento della solitudine. L’angoscia della morte vinta con la preghiera. Le bare dei deceduti per Covid che passavano una dietro l’altra nelle corsie del reparto, davanti alla sua stanza. E lui, appena le vedeva, dal suo letto alzava un braccio per impartire la benedizione. Monsignor Roberto Rosa ha il corpo e l’anima segnati dal virus. Il sacerdote, parroco a Sant’Antonio Taumaturgo e per lungo tempo parroco a San Giacomo, ha 64 anni compiuti da poco. È vicario episcopale per il Coordinamento pastorale e delegato vescovile per i Seminaristi diocesani. Nel 2015 è stato uno dei due parroci che hanno preso parte al Sinodo dei vescovi sulla Famiglia, invitati da Papa Francesco.
Il Covid ha contagiato pure lui. Si è ammalato a inizio gennaio ed è stato portato d’urgenza prima a Cattinara e poi al Maggiore. Ancora oggi è convalescente. Racconta la sua esperienza da Casa Ieralla, dove sta cercando di riprendersi. L’altro giorno, dopo tanto tempo, è tornato a dire messa nella cappella della casa di riposo.
La voce ora è finalmente quella di sempre. La voce buona di un prete buono. «La fede mi ha confortato nella solitudine e nel timore della morte – dice – perché sì, a un certo punto, pensavo di morire. Con la preghiera ho vinto la paura della morte. Ho pregato tanto e ho sentito Gesù vicino a me. Non ero mai abbandonato... mai solo».
Quando si sofferma su questo ricordo don Roberto si commuove. Sono lacrime di sofferenza, quella che ha sentito dentro di sé quando il virus gli spezzava il respiro, e quella che ha visto nei pazienti in ospedale accanto a lui. Ma sono anche lacrime di una gioia ritrovata.
Monsignor Rosa, come sta adesso?
«Sto meglio, sono in lenta ripresa. Spero quanto prima di poter rientrare in parrocchia, che mi manca. Sto facendo fisioterapia e riposo. E sono contento perché finalmente, dopo tre mesi, sono ritornato a celebrare messa. L’ho fatto qui assieme agli anziani di Casa Ieralla, la casa di riposo in cui mi trovo per la convalescenza. Celebrerò anche le funzioni della Settimana Santa e la Pasqua».
Quando si è ammalato?
«Ai primi di gennaio».
Cosa si sentiva?
«All’inizio stanchezza, pensavo dovuta alle celebrazioni per il Natale. Mi era venuta la febbre. Ma poi la situazione è precipitata e nemmeno mi rendevo conto di cosa stesse accadendo. A un certo punto mi hanno ricoverato d’urgenza a Cattinara nel reparto Pneumo Covid. Era il 4 gennaio. Avevo difficoltà a respirare, anche se a dire il vero non me ne accorgevo. Ero come in una sorta di torpore. In ospedale mi davano ossigeno in continuazione perché avevo una polmonite bilaterale. Con l’ossigeno sono rimasto 40 giorni. Dopo i primi 16 giorni trascorsi a Cattinara sono stato trasferito nel reparto Covid del Maggiore e pure lì hanno continuato con l’ossigenazione. Ero debole, non riuscivo ad alzarmi. Ma non riesco a ricordare tutto perché ero pieno di monitor attorno e in terapia. Sono rimasto ricoverato fino al 27 febbraio, poi sono stato trasferito alla Casa Ieralla».
Cosa ha visto in ospedale attorno a sé?
«Sofferenza. Pazienti che stavano anche peggio di me a causa del Covid. Davanti alla mia camera vedevo passare le bare di ferro delle persone che morivano. Io le benedivo dal mio letto, con il solo gesto della mano perché non avevo nemmeno voce».
Ha sofferto la solitudine?
«L’ho sofferta ma l’ho vinta. La fede mi ha sostenuto. Ho sentito la presenza del Signore, la sua vicinanza. Ho pregato tanto».
Cosa significa sentire la presenza di Dio accanto? Come lo può spiegare?
«Non senti più paura. Anche di fronte alla possibilità di morire, perché questo l’ho davvero pensato, non avevo più nessuna paura. So che il Signore è con me. Sempre e comunque, in qualsiasi situazione non sono mai solo. La forza ti proviene dalla preghiera e anche dalle persone che ti vogliono bene. Infatti quando ho potuto accendere il cellulare ho trovato tanti messaggi. Persone che pregavano per me: i miei confratelli preti, il vescovo, i parrocchiani, gli amici... tutti che mi scrivevano. Ho sentito una comunità vicina. Mi hanno emozionato i disegni e le letterine che mi mandavano in ospedale i bambini della mia parrocchia, Sant’Antonio. Le infermiere mi appendevano i loro disegni vicino al letto. Qualcuno mi mandava anche da mangiare, mi lasciavano fuori frutta, dolci... Devo inoltre ringraziare i medici, gli infermieri e tutti gli operatori di Cattinara e del Maggiore per la loro umanità e professionalità. La loro presenza dà speranza. Dobbiamo essere grati ai sanitari, fanno turni estenuanti. Dedicano loro stessi agli ammalati. Poi mi è rimasto impresso un pensiero che mi ha confidato un infermiere. Mi ha detto: “Padre, dopo questa esperienza lei sarà capace di consolare di più le persone”».
Lei in questi mesi ha ricevuto anche il conforto personale di Papa Francesco.
«Preferisco tenerlo riservato, è una cosa personale».
Cosa si sente di dire a chi continua a negare i pericoli che può causare il virus? C’è chi continua a dire che è solo un’influenza e nega tutto ciò che accade negli ospedali. Lei che ha provato su di sé la gravità della malattia come risponde?
«Prendere il virus può non essere una “semplice” influenza. Io sono stato tanto male, ho temuto di morire. Chi dice queste cose dovrebbe vedere quanta sofferenza c’è negli ospedali. Chi rischia la vita, chi muore. Invito la gente a osservare le norme: distanziamenti, mascherine. In questo momento è indispensabile fare un sacrificio personale per il bene di tutti. Bisogna usare la testa e ascoltare le prescrizioni delle autorità. Siamo tutti responsabili del nostro prossimo, soprattutto di chi è più debole». —
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