DUE ETICHE PER L’ABORTO
Lo scontro fra cattolici e laici, sulla legge dell'aborto, tocca una fase acuta: può regredire e tornare a una fase silente, ma finché resterà una traccia di quella legge i cattolici la patiranno come una ferita. Apparentemente si discute su una modifica della legge, su una riduzione dei casi di aborto ammissibili, ma sotto si cela l'esigenza cattolica che l'aborto, ogni aborto, sia totalmente inammissibile. Per la Chiesa, l'ho già detto, la vita comincia quando non devi fare più niente perché cominci, mentre devi fare qualcosa perché finisca. Anche la pillola del giorno dopo è uno strumento abortivo. Il grande scontro fra etica cattolica ed etica laica sul diritto all'aborto riguarda comunque, e qui tocca aspetti di straziante dolorosità, l'aborto voluto dalla madre per il bene del figlio, quando la madre sa (la scienza oggi glielo dice: ieri no, ma oggi sì) che il figlio nascerà imperfetto, vedrà la perfezione negli altri e l'imperfezione in se stesso: la vita che vedrà sarà gioia, la vita che vivrà sarà dolore. Decidendo di abortire, la madre decide che suo figlio preferirà non-esser nato. In questo caso si può dire che la madre che abortisce decide il suicidio anticipato del figlio. È una decisione tremenda.
Poiché la maternità è un evento che l'umanità maschile non sperimenta e non conosce, ritengo che la stessa umanità non possa interamente capire la terribilità di questa decisione. La morale cattolica non la giustifica. E per questa non-giustificazione nascono bambini la cui vita incarna un problema contro il quale la morale cattolica urta: la sofferenza degli innocenti. Se ogni vita data è un atto d'amore, come dice la Chiesa, che amore è quello che regala il dolore? La Chiesa ha dato diverse risposte. Ha detto che il male è uno strumento dal quale colui che tutto può ricava il bene. Ma di fronte a un bambino handicappato, è difficile applicare questo principio. Un'altra, che non possiamo capire il divino, perché capire vuol dire eguagliare: lo dice Agostino, lo dice Dante, lo dice Fellini in "8 e 1/2". Ma questa non è una risposta, è una rinuncia alla risposta. Nel secolo scorso correva la tesi che la creazione è buona ma non è finita, e finché non è finita contiene anche il male: tocca anche all'uomo lavorare per eliminare il male.
Ma nei casi degli innocenti che soffrono, uno dei modi umani per impedire il dolore è l'aborto: i laici la pensano così. In questi anni si affaccia un'altra tesi: il creatore crea il mondo con sapienza, ma una sapienza cieca. Cito la tesi di un teologo diffusa in questi giorni: "Io credo fermamente nella sapienza cosmica che governa il mondo naturale. Ma di fronte al dolore che quotidianamente la natura produce, non posso non constatare che questa sapienza è cieca, è impersonale. La sapienza c'è, perché altrimenti dai gas primordiali dell'inizio non si spiega un'evoluzione che ha prodotto la vita intelligente, e parlare di caso di fronte alle immani probabilità contrarie è abbastanza ridicolo. Ma la sapienza è cieca, perché altrimenti i milioni di esseri umani che lungo la storia del mondo sono nati malati, sarebbero nati sani come sono nato io e immagino anche voi".
Un filosofo ebreo, dopo Auschwitz, ripensava il concetto di Dio: non è onnipotente, il male di Auschwitz era più forte di lui, lui non ha potuto farci niente. Di fronte ai bambini che nascono malati, la teologia cristiana fa oggi la stessa rivoluzione: il creatore è buono e la natura è buona, ma è cieca. Il soffrire è insito nel vivere. Non si può rifiutare il vivere o il soffrire, perché non si può ribellarsi alla fonte, che è buona. La senatrice margheritina Paola Binetti, numeraria dell'Opus Dei, e il ministro Livia Turco, diessina, incarnano queste opposte ragioni. Non potranno mai venire a un'intesa. Possono venire a un compromesso. Quel compromesso è la legge. Un compromesso è raggiungibile se ognuna delle due parti negozia i suoi principi. Ma poiché sono principi non negoziabili, appena raggiunto il compromesso riparte la guerra. Non finirà mai.
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