Ecosistemi marini a rischio Allarme rosso in Adriatico

TRIESTE. La natura presenta il conto. Ed è decisamente salato. Gran parte dei mari che circondano l’Italia sono a rischio e hanno la necessità assoluta di essere messi sotto tutela entro il 2020. L’alternativa è il loro graduale degrado. E sarebbe un vero atto di autolesionismo, considerato che il nostro paese può ancora contare su un tesoro nascosto sotto i suoi mari. L’allarme è stato lanciato da uno studio internazionale pubblicato dalla rivista Plos One che suggerisce come i mari prossimi alle coste siciliane, il Nord Adriatico e il Nord Tirreno, assieme ad altre aree del Mediterraneo, siano «di particolare interesse conservazionistico». In altre parole devono essere protetti, pena la perdita delle loro caratteristiche, l’alterazione dell’ecoambiente, la sparizione della fauna. «Il fatto che ampi tratti delle coste italiane emergano dalle analisi è il segno che la loro importanza da un punto di vista della conservazione è ampiamente riconosciuta - commenta Simonetta Fraschetti dell’Università del Salento, Unità Operativa del Consorzio Interuniversitario per le Scienze del mare (Conisma), che ha rappresentato l’Italia nel team di 12 paesi - dall’altro lato però indica che ancora c’è molto da fare, e non c’è più molto tempo, considerate le scadenze europee, visto che le pressioni crescono mentre l’interesse verso l’ambiente sembra scemare in tempi critici da un punto di vista economico».
L’input della tutela è partito da Bruxelles. L’Europa, spiega l’esperta, sta chiedendo ai singoli Stati che entro il 2020 venga posto sotto regime di tutela il 10 % dei loro mari. Per lo studio sono state sovrapposte 18 proposte di conservazione del mare avanzate da parte di diverse organizzazioni ambientaliste per individuare le aree prioritarie in termini di protezione in base a vari criteri, dalla pesca alla biodiversità alla presenza di impatti particolarmente forti.
Notazione interessante sull’Italia, dove la “priorità nella priorità” è rappresentata dall’alto Adriatico, e quindi indicativamente il tratto di mare che va dalle foci del Po al golfo di Trieste. «Quest’area è particolarmente soggetta ad ogni tipo di pressione da parte dell’uomo - conferma Fraschetti - ma è anche di particolare importanza funzionale per tutto il Mediterraneo tanto da essere considerata un’area chiave per il bacino posta dalla stessa Unione Europea fra le sue preoccupazioni principali».
«Nell’ambito dell’Alto Adriatico - racconta il direttore della Riserva marina di Miramare, Maurizio Spoto - sarebbe importante sensibilizzare il nuovo governo regionale a ripristinare la politica per le aree protette, con un adeguato rifinanziamento. Queste, infatti, sono luoghi di sviluppo anche dal punto di vista turistico. Sarebbe un passo avanti importante, ma vedo che la spending review sulla conservazione sta facendo veramente poco.... Per quanto ci riguarda - continua Spoto - cerchiamo di collaborare in network con altre aree marine protette, che sono fonti di finanziamento anche con aspetti occupazionali non trascurabili».
In piena sintonia con questa linea anche la Fraschetta, che vede nella protezione dell’ambiente marino anche un ritorno economico. «Ormai è dimostrato da diversi studi che le aree marine protette ben gestite sono una risorsa per l’economia - sottolinea -. I benefici andrebbero a un gran numero di figure professionali, a cominciare dagli stessi pescatori».
Alcuni progetti, tra l’altro, esistono già. «Assieme all’Ogs - annota un altro ricercatore della Riserva, Saul Ciriaco - ci stiamo muovendo sulla protezione delle trezze, nell’ambito di un progetto Intereg. Si tratta di zone di fango piazzate nel mezzo di un’area rocciosa, che creano un’importante discontinuità rispetto al piattume del fondo e un ottimo substrato per la riproduzione degli organismi. Esiste una proposta di sito di interesse comunitario per le trezze, già vagliato dalla Regione, su segnalazione dell’Ogs e dell’Università di Trieste, che parte da quelle davanti a Grado. Comunque un inizio».
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