«èStoria» a Gorizia fa il pieno di spettatori
Oltre 35mila persone hanno seguito tra venerdì e ieri la fittissima serie di incontri

GORIZIA
I dati di «èStoria 2007», il Festival organizzato dalla Libreria Editrice Goriziana, non sembran neanche veri, eppur la gente l’abbiam vista tutta lì. Si parla di 35 mila presenze in tre affollati giorni, in qualche modo rovinati dalla splendida domenica che invitava al mare piuttosto che ai libri. Che pur hanno trovato picchi di vendita incredibili.
Il libraio Giovanni Fierro è «soddisfatto per una presenza ricca e fluida» su un settore difficile, «che è poi quello che vendo in libreria, saggistica, storia e politica». Roberto Ballaben della Libreria Editrice Goriziana ha approntato un tendone sull’editoria regionale: «C’è molta curiosità su quanto è stato pubblicato nel tempo al di fuori dell’editoria ufficiale e in questo settore l’usato si vende alla grande». Marco Antonini dice dei volumi venduti: settanta copie dei «Cigni selvatici» di Jung Chang, cinquanta per il monumentale «Mao» della stessa Chang ed altrettante per «L’ombra di Mao» di Federico Rampini. Ma sempre una cinquantina di copie hanno venduto Marina Cattaruzza, con il suo «L’Italia e il confine orientale», Pino Caccucci con la sua epopea messicana e Mimmo Franzinelli che rovescia il banco con le cinquanta copie del «Delitto Rosselli» e con le trenta della storia del rock.
Quaranta le copie copie vendute del libro di Giorgio Cosmacini, «Le spade di Damocle», che, dice Marco Antonini, «non è un romanzo». Bruciati subito, ma non c’era magazzino sufficiente, i libri di Chiara Frugoni e di Luciano Canfora: trenta copie e non ce n’erano altre. Questi comunque i dati del successo di una manifestazione. Che alla giornata finale ha riservato tutti gli spunti di polemica. Nessuna polemica certo con la presentazione del volume «Fra carcere e confino» dedicato agli antifascisti dell’Isontino davanti al Tribunale speciale. Ma già con «La rivoluzione del femminismo» son sorti screzi tra Eugenia Roccella ed Elisabetta Vezzosi da un lato e Martin van Creveld dall’altro.
Tema del contendere l’ebraismo e già dal tema si capisce la difficoltà di dialogo. Apparentemente più facile «La rivoluzione del ‘68», interpretata come «un’altra vulgata». Perché ripercorsa, quella rivoluzione del ’68, a suon di musica. «Era stata sconfitta la sifilide e non c’era ancora l’Aids», ha tenuto a precisare Mario Luzzatto Fegiz. E quindi «Avanti Savoia». La musica del tempo costituiva del resto la colonna sonora della coscienza collettiva e si esprimeva soprattutto con i cantautori e la musica diventava veicolo di contenuti.Carlo Pestelli ieri mattina ha offerto alcuni esempi di quella che era la canzone politica del tempo, da «Carlo Martello» di Fabrizio de Andrè a «Dio è morto» di Francesco Guccini. Quasi a dire che esiste un rapporto diretto fra rivoluzione e musica.
Marco Tarchi ha detto che esiste un rapporto immediato fra rivoluzione e musica perché la musica riturale, anche quella militare, diventa un momento di galvanizzazione collettiva per un popolo destinato non solo ad ascoltare ma a divenire coro. Mimmo Franzinelli ha rammentato alcuni cantautori censurati o dimenticati, dall’Ivan Della Mea che in «Cara moglie» rivive uno sciopero operaio all’interno di una famiglia, al Gaber di «Io se fossi Dio», una canzone censurata e scomparsa in cui dice che «la politica è schifosa e fa male anche alla pelle». Poi anche Guccini cantava «Dio è morto» per concludere che «nel mondo che faremo Dio è risorto». Marco Tarchi ha concluso dicendo che la musica viene trascurata nell’analisi della comunicazione politica. Eppure, sostiene Franzinelli, «la musica ti fa sentire parte di una collettività, ti fornisce energie, ti riconcilia con la vita».
La giornata finale di «èStoria 2007» era comunque dedicata ad incontri destinati a sollevar scintille polemiche. «Quello sulla rivoluzione fascista» intesa come rivoluzione incompiuta vedeva una lotta impari, tre a uno, Paolo Buchignani, autore di «La rivoluzione in camicia nera», Giuseppe Parlato, autore di «Fascisti senza Mussolini» e Aldo Di Lello, giornalista del «Secolo d’Italia», a fronte di Mimmo Franzinelli, che sul fascismo ha pur scritto decine di volumi ma che nel dibattito di ieri pomeriggio rischiava di non trovar parola. Riappacificazione si può trovare su altri argomenti, quelli che poi hanno chiuso il Festival di Storia goriziano. Maurizio Bait, Marina Bressan e Marino De Grassi hanno dibattuto su «Ver Sacrum», la rivista della Secessione viennese.
La collezione della rivista, in mostra in un padiglione di «éStoria», è un «concentrato d’arte - dice Marina Bressan - un’aspirazione all’arte globale, nell’intento di unire arte figurativa, letteratura e musica, un’arte del popolo comprensibile a tutti». Quasi come quella dei cantautori del ’68.
Sandro Scandolara
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