Ex lavoratori Eaton: addio all’indennità di disoccupazione Molti senza lavoro

Eaton, fabbrica monfalconese che da azienda leader nella produzione di valvole automobilistiche – 25 milioni di pezzi, nei momenti migliori, in un anno – era diventato uno stabilimento non più redditizio e dunque da dismettere agli occhi della multinazionale americana, non esiste più da due anni. Ma che ne è stato dei suoi 154 operai? Si è fatto questa domanda e si è dato anche delle risposte Alessandro Perrone, noto per esser stato assessore alla Squadra lavori nel Pizzolitto I, poi candidato sindaco nel 2011 con Blocco comunista anticapitalista, soprattutto ex operaio e delegato sindacale in via Bagni nuova.
«In queste ultime settimane, dopo più di due anni, per molte mie ex colleghe ed ex colleghi di Eaton è finita la Naspi, l’indennità di disoccupazione, peraltro ridotta nel tempo – racconta –. Dimenticata da tutti, oggi una parte di questi lavoratori è senza occupazione e sostentamento, dopo aver vissuto tale lasso tra promesse illusorie, speranze vanificate e progressivo impoverimento». La lotta alla Eaton «è stata l’ultima agitazione operaia di Monfalcone, parte di una lunga tradizione di ribellione sociale e civile della città». «Ma – prosegue – è stata una controversia impari, lunga e di logoramento, che ha visto contrapporsi da una parte una multinazionale sorda e determinata alla chiusura per delocalizzazione, malgrado non mancassero lavoro e commesse, dall’altra un collettivo operaio che ha resistito per mesi, trovando anche grande simpatia e solidarietà, ma scarsa determinazione politica a trovare una via d’uscita, fatto salvo un parziale accomodamento economico. Pur apprezzabile, in un contesto generale negativo di totale svalorizzazione del lavoro operaio».
È critico, Perrone, verso l’azienda, che ha potuto «fare quello che voleva, in assenza di regole che ne impedissero il piano». La decisione di chiudere era stata definita da molti, all’epoca, uno choc. Sindacalisti sì, ma pure politici da novanta. Una scelta apparsa incomprensibile, nel momento in cui si assisteva alla ripresa del settore auto (ed Eaton lavorava per i maggiori brand sul mercato: Fiat, Peugeot, Audi, Opel, Renault, Honda e Volkswagen). Davanti a una «comunità oggi prevalentemente dispersa tra lavoretti, precarietà, disoccupazione e difficoltà di tutti i tipi» Perrone inoltra un «pensiero solidale, stima e amicizia, nella consapevolezza che l’esperienza di lotta è un esempio di dignità che non andrà perduto».
Da parte sindacale non vi sono cifre precise sulla rioccupazione delle maestranze (le detiene il Centro per l’impiego), anche perché frattanto, come spiega Thomas Casotto, segretario provinciale della Cgil, la sigla con la maggior rappresentanza in quella fabbrica, nel mezzo del percorso si è abbattuto anche il flagello Covid-19 a rallentare la ricollocazione degli ex dipendenti attraverso i corsi di riqualificazione, secondo protocollo siglato. «Corsi che all’inizio avevano patito vicissitudini: con partenze in ritardo e carenze di attrezzature», ricorda. Nell’ottobre 2019 il sindaco Anna Cisint parlava, in merito ai 154 lavoratori (ma erano 200 con iterinali e indotto), di 38 persone in quiescenza o prepensionamento, di una divenuta un autonomo e di 81 rioccupati per diverse proposte lavorative. All’appello, insomma, mancavano 33 ex Eaton. Il sindacato ha tentato di portare a galla le situazioni di disagio, ma «alle assemblee per i disoccupati non c’è stata molta partecipazione». Il punto è che «non è semplice riposizionare un blocco di 150 operai» e «l’unico sbocco disponibile è l’indotto Fincantieri», ma «non tutti, anche per motivi fisici o anagrafici, se la sono sentita, pur provandoci, di fare il saldatore». Perché, parliamoci chiaro, «negli ultimi 15 anni hanno aperto altre fabbriche a Monfalcone?». Della serie: spetta «alla politica incentivare l’arrivo di nuove realtà». C’è il porto, «ma ancora oggi si assiste sulle cronache a riflessioni che invitano a dedicarsi alla pastorizia piuttosto che all’industria». «L’ultima a insediarsi la Mangiarotti – continua Casotto –. E qui purtroppo non siamo in Emilia, dove gli operai si licenziano per andare dove offrono condizioni migliori, dato l’imbarazzo della scelta». C’è stato poi qualche caso di «irreperibilità», ovvero «l’ex Eaton non ha più risposto a mail o chiamate». «La speranza – conclude – è che per chi ha terminato il corso ci sia un effettivo sbocco professionale, poiché talvolta si è avuto la sensazione che l’indotto del cantiere privilegiasse operai stranieri, pur meno preparati, perché in qualche modo più “ricattabili”». –
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