L’avvocato Di Lullo: «Ecco perché la vicenda di Fakir richiama il caso Rasman»
L’avvocato ricorda la morte del triestino in cui furono coinvolti tre agenti: «All’epoca mi colpirono il dolore immenso della famiglia e la scarsa empatia mostrata dalle istituzioni»

«Il caso di Bologna? Assolutamente sì, mi ha fatto tornare in mente quando accaduto a Riccardo Rasman». Giovanni Di Lullo, l’avvocato che insieme a Fabio Anselmo assistette la famiglia del giovane triestino, disabile psichico, morto nel 2006 durante un intervento di polizia, vede analogie tra quanto emerso finora sulla morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne deceduto domenica al Pilastro, e la vicenda che segnò profondamente Trieste.
«All’epoca mi colpirono il dolore immenso della famiglia e la scarsa empatia mostrata dalle istituzioni», racconta Di Lullo. Dopo un lungo iter giudiziario, conclusosi nel 2011 con la conferma in Cassazione delle condanne per omicidio colposo dei tre agenti coinvolti, il caso Rasman è diventato uno dei principali precedenti italiani sul tema dell’asfissia da posizione, spesso accostato a quello di Federico Aldrovandi, diciottenne morto in circostante analoghe a Ferrara nel 2005. Anselmo, che oggi rappresenta i familiari di Fakir, è il legale comune ai tre episodi.
Avvocato Di Lullo, perché accostare Fakir a Rasman?
«Da quello che si vede nei filmati noto una persona in posizione prona, con le braccia legate dietro la schiena e le gambe immobilizzate. Ci sono almeno due persone che insistono sul corpo. Sono immagini che inevitabilmente richiamano quanto accadde vent’anni fa a Trieste».
Cosa le è rimasto sul piano umano dell’iter giudiziario?
«Più di tutto ricordo la sofferenza della famiglia. Papà, mamma e sorella non riuscivano a darsi pace per quella morte e per anni esposero sulla loro casa uno striscione con scritto “Verità e giustizia”. Mi colpì quel dolore così profondo. Al tempo stesso ricordo un atteggiamento delle istituzioni molto rigido, poco empatico nei confronti dei familiari, sia nei rapporti con il ministero dell’Interno sia durante tutto il processo. È un contrasto che mi è rimasto impresso».
Il caso Rasman ha fatto giurisprudenza proprio sul tema dell’asfissia da posizione?
«Sì. Ricordo che dopo quel processo ci fu una forte sensibilizzazione sulle tecniche di immobilizzazione, sull’ammanettamento e soprattutto sulla necessità di mettere la persona in posizione laterale di sicurezza».
Quando un intervento di polizia può trasformarsi in una responsabilità penale?
«Le forze dell’ordine devono garantire la sicurezza pubblica, ma hanno anche il dovere di adottare tutte le cautele necessarie per evitare conseguenze dannose: per gli operatori stessi ma anche per la persona fermata».
È più difficile arrivare ad accertare eventuali responsabilità quando sono coinvolti appartenenti alle forze dell’ordine?
«Oggi esiste una novità normativa importante: il modello 45-bis. È il registro nel quale vengono annotate le notizie che, almeno inizialmente, sembrano caratterizzate da una possibile causa di giustificazione, come l’uso legittimo della forza o lo stato di necessità. Questo rende il percorso più articolato, perché prima bisogna superare quella fase e solo successivamente, se emergono elementi, si può arrivare all’iscrizione nel registro delle notizie di reato e alle indagini ordinarie».
Quindi anche il percorso processuale è più complesso?
«Sì, la difficoltà parte già dal punto di vista formale. L’iscrizione nel modello 45-bis non equivale a un’iscrizione per reato: presuppone che, almeno in prima battuta, possa esistere una causa di giustificazione. Solo se quel presupposto viene meno si passa al modello 21, con l’apertura dell’ordinario procedimento penale».
Come si trova l’equilibrio tra la tutela degli operatori e della persona fermata?
«Con grande professionalità, buon senso e il rispetto delle linee guida. I protocolli prevedono una serie di passaggi prima di arrivare all’uso della forza, a partire dalla negoziazione. È questo il punto di equilibrio».
Il caso Rasman non ha insegnato abbastanza?
«In realtà, molto è cambiato sul piano della formazione e della sensibilizzazione. Possono verificarsi situazioni nelle quali qualcosa va oltre ciò che dovrebbe accadere, ma questo non significa che quella vicenda non abbia lasciato un segno».
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