Ferriera, sindacati spaccati sul futuro dello stabilimento

Uilm contro Fiom: un errore parlare di siderurgia a tutti i costi, la lotta da fare è per la garanzia del lavoro. Fim: disponibili a discutere di riconversione
Di Ugo Salvini
Lasorte Trieste 18/01/08 - Servola - Ferriera
Lasorte Trieste 18/01/08 - Servola - Ferriera

«Basta con le stupide ideologie di qualcuno. Il primo problema è salvaguardare i livelli occupazionali e di garantire la continuità retributiva di quanti lavorano in Ferriera».

La dichiarazione formale a sancire la spaccatura del fronte sindacale sul tema Servola, con Fiom-Cgil da una parte e Fim-Cisl e Uilm-Uil dall'altra, è arrivata ieri per bocca di Franco Palman, esponente delle Rsu della Ferriera. «So che le mie parole saranno pesanti - ha esordito l’esponente Uilm - ma ora basta. Oggi a questo tavolo manca una sigla - ha detto alludendo alla Fiom - e noi vogliamo fare chiarezza. Parlare di siderurgia a tutti i costi, come fa qualcuno (Gianni Venturi, coordinatore nazionale Fiom per la siderurgia, a Trieste lunedì, ndr) è un errore: bisogna dedicarsi a una lotta per la garanzia del lavoro».

Per Antonio Rodar, segretario provinciale Uilm, «bisogna arrivare a un accordo di programma per affrontare il tema delle aree inserite nelle crisi complesse, per non trasformare la Ferriera in un pezzo del museo di storia industriale del Paese. Occorre rispondere subito ai lavoratori ripensando a quell'area come elemento industriale, assicurando la continuità dei salari per i lavoratori. E non dimentichiamo la Sertubi che per la Duferco rappresentava un'azienda in perdita, mentre per il gruppo indiano che l’ha rilevata è stata un'opportunità diventata strategica sul piano commerciale. Sarà prioritario garantire continuità lavorativa anche a quell'area».

Umberto Salvaneschi, segretario provinciale della Fim, ha toccato un altro tasto molto delicato. «Chiediamo per quale ragione Trieste non è stata inserita nel novero delle aree di crisi industriale complessa, ciò che oggi ci obbliga a rincorrere per cercare un percorso di rientro. I politici che dovevano occuparsi del problema dov'erano? La riconversione della Ferriera è un tema su cui da tempo siamo disponibili a discutere. Perché non si riesce a farlo? Con la cancellazione della Ferriera il Pil locale scenderebbe sotto il livello di guardia, perciò bisogna restare nella realtà e trovare una soluzione in base allo status quo. Per noi non è una soluzione la progressiva riduzione dei posti di lavoro e lo stesso assessore comunale Umberto Laureni ha verificato che l'inquinamento è in calo, perciò si può procedere con la cantierizzazione di progetti validi». Salvaneschi ha poi voluto fare un parallelo con Piombino, altro polo siderurgico in difficoltà: «In Toscana l'industria è difesa da tutti i politici, a Trieste non è così».

Tema questo ripreso da Cristian Prella, esponente delle Rsu di Servola e segretario della sigla autonoma Failms: «Stiamo cercando di sensibilizzare i politici perché la situazione è disperata. Oggi dobbiamo affrontare l'emergenza. Parlare di cosa si potrà fare in un futuro non meglio identificato non serve, bisogna guardare all'oggi. Stiamo offrendo una possibilità alla politica locale che potrebbe rilanciare Trieste. Senza Ferriera, la città sarà diversa».

Pronta la replica di Stefano Borini, segretario della Fiom locale: «Rispetto le opinioni di tutti perché questa è la democrazia, ma evidentemente qualcuno non vuole vedere la realtà. In Austria, a Linz, si è attuato con successo un processo di riconversione di uno stabilimento siderurgico a impatto ambientale zero. Noi contiamo di poterlo replicare a Trieste. Spiace per chi non ci crede, ma ci confronteremo».

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