Festeggiamo il Patrono ma senza il Patrono. E con tanti “comunisti”

di PAOLO RUMIZ
Oggi festeggiamo San Giusto senza San Giusto. Non tutti se ne sono accorti, ma alla vigilia della messa grande che si terrà in Cattedrale, monsignor Gian Paolo Crepaldi vescovo di Trieste ha fatto togliere l’effigie del protettore della città dallo stemma e dalla carta intestata della diocesi, sostituendolo con un’aquila bicipite. D’ora in avanti – come è stato anticipato dal “Piccolo” - chi avrà a che fare con la curia triestina, al posto della faccia di Giusto, avrà un simbolo austriacante. Per ora, su questa non trascurabile cosmesi dell’identità ecclesiale, non sono state date spiegazioni, tranne quella – non ufficiale – dello zelante don Ettore Malnati, secondo il quale il simbolo abolito era cosa temporanea e modificabilissima.
Questo vescovo fa spesso notizia con i suoi ribaltoni, ed è logico che anche su questo si siano moltiplicate ipotesi al veleno. C’è chi dice che Crepaldi abbia l’ossessione di rimarcare la sua “discontinuità” rispetto ai vescovi precedenti (la faccia del santo era stata scelta da monsignor Lorenzo Bellomi nel 1977, a seguito della bolla papale che aveva separato le diocesi di Capodistria e Trieste, unite fino ad allora). C’è chi sostiene che il nuovo presule aspiri a diventare patriarca di Venezia e abbia commissionato a una società di araldica la ricerca di un simbolo coerente con la propria ascesa. Ma a proposito di aspirazioni, vi è pure chi osserva che la scelta è caduta su uno stemma quattrocentesco, secolo in cui Enea Silvio Piccolomini, rampollo della “Gens Julia”, divenne pontefice in Roma. Sarà. Io credo che la cancellazione del vecchio simbolo sia spiegabile altrimenti. È un’opinione personale, e per giunta dolorosa. Ma propongo ora un’avvertenza al lettore: va da sè che in quel che scrivo andrà rintracciato il seme dell’ironia. Ecco dunque la mia teoria. San Giusto era comunista. È altamente verosimile che lo fosse. Credeva che la “Communio” - cioè la comunione - venisse davvero, come scrive la lingua latina, da uno scambio di doni all’interno di un gruppo. Apparteneva a un’epoca primitiva in cui i vescovi erano scelti dal basso. Era uno che, così come si rifiutava di adorare l’imperatore, si sarebbe sognato di negare l’infallibilità del papa o di disobbedire a un vescovo. Uno che ha scelto di morire per la sua fede, ma magari si è imbottito di vangeli apocrifi ed è vissuto in promiscuità con diseredati. Perché non pensare che ci sia questo dietro alla sua abolizione? E perché non interpretare il silenzio curiale sul tema come una semplice “pietas” nei confronti di una vita in odore di zolfo? Il comunismo è nato ben prima che fosse chiamato col suo nome. I suoi adepti inconsapevoli si annidano in ogni luogo. I vescovi precedenti, Bellomi e Ravignani, per esempio: chi può mettere la mano sul fuoco su di loro? Ci deve essere pure un motivo se per la prima volta in quindici anni, proprio in questo 2011, il vescovo in carica non ha celebrato personalmente la messa in memoria di Bellomi. E ci deve essere una ragione se monsignor Ravignani, in carica fino all’altroieri, viene tirato fuori dalla naftalina solo nelle celebrazioni dove proprio non si può fare a meno di lui, e se oggi consuma la sua pensione a Opicina come un qualunque parroco di campagna. Sarà spiegabile o no il fatto che i due presuli e persino Santin sono citati poco o nulla nelle omelie, mentre i friulani Battisti e Brollo ricompaiono a ogni piè sospinto? Ho buoni motivi per ritenere che i santi dottori abbiano scoperto che anche loro erano comunisti e la cosa non sia svelata solo per carità di patria. Vedrete, un giorno avremo clamorose rivelazioni. Mi sono fatto molte domande. Perché Crepaldi ha incontrato l’allora sindaco Dipiazza prima ancora di vedere il suo predecessore, come forse avrebbe dovuto, alla vigilia della successione? Avrà avuto le sue santissime ragioni. Per quale motivo Ravignani si ostinava a non interferire con la politica locale e a tenere aperti i canali con la parte laica della città, gentaglia notoriamente “indipendente dalla religione e anche dalla morale”? Perché Bellomi insisteva a far parlare in sloveno papa Wojtyla e nelle notti di bora invernale non dormiva per andare a soccorrere i miserabili?
Vuoi mettere con Cesare Geronzi, condannato per bancarotta dalla giustizia degli uomini, ma pronto a riscattarsi agli occhi di Dio con una quasi-omelia per la Cattedra di San Giusto? E l’abilissimo Geronzi, che sa bene come intrattenere i rapporti, ha chiamato il vescovo nel consiglio della fondazione delle Generali, e questo conta, altroché se conta. E che continuino a mormorare i cattolici che ancora credono che tutto questo sia scandaloso. Mormorano perché non hanno coraggio di protestare ad alta voce, e se non alzano la voce è perché anche loro sono comunisti.
Allo stesso modo, ha fatto bene Crepaldi a fare piazza pulita in Vita Nuova, un’accolita di anarchici senza rispetto che si ostinava a dar voce alla disobbedienza nella rubrica delle lettere. C’è stata la protesta di Claudio Magris sul “Piccolo” contro un’asserita normalizzazione del settimanale diocesano? Comunista anche lui. Magris è invitato a parlare in Vaticano? Magari anche il Vaticano può cadere in errore. Il dissenso del professore è arrivato come un lampo sul tavolo della Cei? Ci possono essere bolscevichi anche tra i vescovi. Qui andiamo molto oltre San Giusto e la sua ormai certa disobbedienza postuma: qui siamo al dissenso sistematico, in qualche modo allo scisma dentro la Chiesa. Lo alimentano persone come Enzo Bianchi o Padre Bartolomeo Sorge, già direttore di Civiltà cattolica, il quale ha osato dire – a proposito di Berlusconi, e in dissenso con la tesi del vescovo Crepaldi – che l’etica privata e quella pubblica sono inseparabili.
Ecco perché quando Sorge è venuto a Trieste, Vita Nuova non ha nemmeno seguito l’evento. Tutti comunisti: come don Mario Vatta, che spende la vita con una teppaglia di drogati e viene giustamente tolto dalle novene della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Comunisti i volontari dell’Accri, società cristiana di cooperazione, cacciati in lacrime dalla sede inaugurata solo due anni fa. Comunisti coloro che protestano per l’oneroso acquisto della chiesetta diroccata di San Sebastiano in Cavana. Comunista don Giampaolo Muggia che ha speso anni in Africa e oggi è stato spostato a dir messa ai vecchietti dell’Itis. Comunista la Charitas che è stata finalmente redenta come fondazione. Comunisti i medici che hanno prestato gratis la loro opera nel laboratorio dentistico diocesano, chiuso senza spiegazioni dal vescovo Crepaldi.
Comunisti i gestori del centro diurno per poveri di via dell’Istria, i cui servizi sociali sono stati interrotti per autorevole mano vescovile. Non ci si può fidare di nessuno, monsignore. Nemmeno di don Ettore Malnati. Ha denunciato lo “scandalo” di un ex pedofilo che ha avuto il torto di redimersi operando? Ma per anni non ha avuto nulla da ridire su una sua collaboratrice che lavorava a stretto contatto col medesimo ex pedofilo. Non si fidi nemmeno dell’ex sindaco Roberto Dipiazza, amico di don Vatta. Non si fidi nemmeno dell’onorevole Giulio Camber, che viene a cena da lei e la loda pubblicamente. Anche lui comunista, già pronto al dopo-Berlusconi. Caro vescovo, non si fidi di nessuno in una città come questa.
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