FUGATO L’INCUBO DEL SUPERCRACK
L’inizio settimana sembra fugare lo spettro di un Grande crack del denaro. Insomma, si è scongiurato un lunedì nero da psicosi finanziaria depressiva. Diversamente, ben maggiori sarebbero state le "foreste di capitalizzazione" bruciate. Tuttavia, niente euforia: perché molti debiti (le obbligazioni, ad esempio, sono debiti societari) collocati sul mercato poggiano su di un terreno saponoso. Sia in quanto strumenti finanziari creati su mutui - o cartolarizzazioni - con garanzie assolutamente aleatorie: ad esempio, gli ormai famosissimi
subprime
.
Ma anche come prestiti a basso
rating
concessi dagli enti creditizi per finanziare le molte acquisizioni e fusioni societarie sorte per adeguare le aziende alle dimensioni del mercato globale. Qui il rischio è nel cosiddetto effetto
leverage
: cioè interessi passivi certi sul debito acceso rispetto ad una profittabilità solo ipotetica del capitale.
Nel senso che il valore futuro delle azioni acquistate deve scontare gli esiti incerti della fusione tra l'impresa preda e la predatrice. Pertanto, la crisi, abbia o meno ulteriori impennate acute, è più che un "incubo di mezza estate". Naturalmente, che i mercati oscillino, compresa la distruzione di valori prima ben capitalizzati, è nella loro natura. Ciononostante, questa tempesta finanziaria del denaro indica una meteorologia finanziaria anomala. Anche se, forse, il peggio è passato.
Probabilmente, il sistema finanziario è stato preso per i capelli, prima di inabissarsi, dalle Autorità monetare. Altrimenti, avremmo avuto un'ondata di mercati ridotti a greggi finanziari in fuga dai
bond (panic selling)
e di conseguente crisi di liquidità
(credit crunch)
. Ovvero con gli istituti finanziari insolventi rispetto alle richieste di riscatto in denaro degli strumenti finanziari venduti alla loro clientela. Sintomi di ciò si sono avuti oltreoceano dove alcuni di essi sono saltati. E un assaggio di un mini
credit crunch
lo hanno subito in Europa i clienti di fondi monetari della banca Bnp Paribas con il blocco, almeno pro tempore, del riscatto dei loro investimenti. Poi, per fortuna, l'umore dei mercati è migliorato. Grazie al fatto che le autorità monetarie hanno imparato la
governance
del
panic selling
.
Così la Federal Reserve (Fed) degli Usa e la Banca centrale europea (Bce), hanno agito come "prestatori d'ultima istanza" di liquidità dei reciproci sistemi creditizi. Nel solo inizio settimana, infatti, la Bce ha comprato con offerte d'asta dalle banche di Eurozona titoli per una contropartita pari a 47,655 miliardi. Subito seguita, nel pomeriggio, dalla Fed che ha messo sul mercato 2 miliardi di dollari. Analogamente altri istituti centrali. Per tutti la Banca del Giappone con linee di credito pronti contro termine (settimanali) pari a 5,1 miliardi di dollari.
Questa liquidità ha fatto un "effetto camomilla" sul mercato scongiurando una crisi devastante. Per il vero, l'effetto avrebbero potuto essere, all'opposto, di allarmare ulteriormente i mercati. Invece no. Perché si è sommata alla convinzione che le autorità, vista la situazione, terranno fermi i tassi di interesse. Di qui la bonaccia finanziaria di queste ore.
Tuttavia, i lati oscuri di questi giorni difficili restano tutti. Il primo lo potremmo chiamare "il caso del rating (in italiano: merito di credito) scomparso". Si tratta di una valutazione della capacità di un soggetto - stato, società o individuo - di rimborsare i propri debiti. Ossia di una classifica per rischiosità dei bond da questi emessi. Dall'alto - AAA, AA, A - al basso - B;B;B, BB, ecc -. Sotto BB i titoli sono speculativi. Significa: alto rischio quindi premio con alti interessi. A farlo sono società alcune delle quali hanno nomi ben noti: Standard&Poor; Moody's. Peccato che da alcuni anni (caso dei bond dell'Argentina; Cirio, Parmalat, Enron ed altri) i rating concessi fossero ottimisticamente lontani dal reale sottostante economico. Qui il sospetto è di conflitti di interessi creato dal partecipare, a qualunque titolo, di queste stesse società al collocamento sul mercato dei titoli in questione.
La conseguenza è che il mercato finanziario, già di difficile discernimento per la complessità dei titoli che vi girano - obbligazione primarie e sintetiche (perchè derivate dalle prime: letteralmente debiti su debiti) - punta al blu notte. Altro che trasparenza. La vigilanza, in materia, andrebbe ripensata alla radice. L'ideale sarebbe una collaborazione tra Autorità analoga a quella messa in campo dalle Autorità monetarie in quanto "prestatori in ultima istanza". Ma è difficile da fare perché i sistemi legislativi, creditizi e di cultura finanziaria richiedono una governance più complessa rispetto il raccordare in emergenza l'offerta di liquidità.
Tant'è che finora l'unico controllo che funziona, seppure in ritardo e con grande rischio, è la cieca Dea giustizia del mercato. Che lascia la crisi distruggere, con le capitalizzazioni "innocenti", pure le posizioni più speculative. Poi il gioco può riprendere. In fondo, è una via liberista. Ed è anche la posizione di Bernanke, l'attuale Presidente della Fed: lasciare azioni e obbligazioni alle fluttuazioni del mercato finanziario e agire solo se la crisi minaccia di colpire il settore reale dell'economia. A ben vedere, è esattamente quello che succede. Che sia la strada migliore, invece, è da discutere.
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