
Trieste si ferma per l’addio a Giorgio Rossi: folla, lacrime e tanta gente comune
L’omaggio commosso all’assessore comunale in Municipio, poi la celebrazione e l’omelia di don Malnati: una partecipazione di quasi 2.000 persone, tra volti noti e semplici cittadini
«Non sono uomo di cultura, quindi come potrò servire una città così avanti nella cultura?», si chiedeva Giorgio Rossi quando gli fu proposto di guidare proprio quell’assessorato comunale.
La partecipazione di quasi duemila persone venerdì alle sue esequie, una parte al mattino presto alla camera ardente allestita in Municipio, altri poi al funerale, testimonia che invece, malgrado le sue incertezze iniziali, Rossi è riuscito nell’impresa di lasciare alla città qualcosa che nemmeno lui, forse, si sarebbe immaginato.

La cattedrale di San Giusto era gremita. La fila per entrare nella sala del Consiglio comunale interminabile. I messaggi di cordoglio che hanno scandito le giornate da quando lo scorso sabato è stata data notizia della morte di Rossi, facevano presagire un così ampio coinvolgimento della città.
In Municipio la camera ardente di Giorgio Rossi: le immagini più toccanti
















Le pesanti nuvole nere e la pioggia arrivate dal mare in tarda mattinata sono svanite quando il feretro, accompagnato dalla scorta d’onore della Polizia locale, ha raggiunto la cattedrale lasciando spazio all’omelia di don Ettore Malnati.
Che ha tratteggiato un profilo di Rossi, partendo dal suo arrivo da bambino a Trieste: «Giorgio si è fatto con fatica, ha vissuto il campo profughi, figlio di esuli, non sempre tanto rispettati a Trieste. Si è fatto strada non con i gomiti, ma con la fatica della mente e delle braccia». Il riferimento è all’impegno di Rossi nel mondo dell’edilizia, prima della decisione maturata più avanti di impegnarsi anche in politica, o forse nel suo caso è più corretto dire nell’amministrazione della città. La politica gli stava un po’ stretta.

«È stato un uomo vero», così nell’omelia Malnati, «che anche con i suoi limiti ha dato tutto alla città, anche per un progetto politico, non partitico. Giorgio soffriva molto per le divisioni che sono inevitabili in famiglia, in un condominio, quindi figuriamoci se non sono inevitabili in una polis».
Il sacerdote, che conosceva bene Rossi, ha parlato di un uomo che si sentiva lontano «dalla cultura di nicchia, che seguendo anche i consigli ha puntato invece su una cultura del popolo, della solidarietà, della memoria, che valorizzi l’esistente, i desideri della gente, che scenda anche in piazza». Con questo spirito ha puntato anche sulla rassegna di Trieste Estate, della quale andava fiero, proprio per la possibilità di offrire a tutti momenti di cultura, di divertimento, senza lasciare fuori nessuno, puntando a coinvolgere e non a dividere. «Senza cultura non si vive», diceva, parlando di cultura nel senso più ampio del termine, certo che anche le iniziative più popolari possano far crescere i cittadini.
Nella cattedrale a dare l’ultimo saluto a Rossi c’erano in prima fila i suoi familiari, la moglie Lidia, il figlio Alessandro, la nuora Elisa, l’amata nipotina Ginevra, e Giulia Miraz, la figura che ha curato la segreteria di Rossi e che per lui era diventata una di famiglia, una persona di cui potersi fidare.
Nel banco accanto sedeva un commosso sindaco Roberto Dipiazza, amico fraterno di Rossi da 25 anni, e poi il governatore Massimiliano Fedriga e il prefetto Giuseppe Petronzi.
Tutti i passaggi, dalla partenza del feretro dalla cappella di via Costalunga con il personale delle onoranze funebri San Giusto, all’allestimento della camera ardente, dalla cerimonia funebre alla sepoltura, sono stati seguiti e definiti – con la condivisione dei familiari – dagli assistenti al cerimoniale del Gabinetto del sindaco Fulvio Sluga e Maria Luisa Turinetti.
Alle esequie hanno preso parte anche componenti della giunta e del consiglio comunale, della giunta regionale, in maniera trasversale i rappresentanti della politica, del mondo degli esuli – presente anche con un labaro accanto al feretro – del mondo della cultura, del turismo, dello sport. E poi la gente comune, che negli anni ha incontrato Rossi, che ha avuto modo di conoscerlo.
«Nessuno vive per se stesso, nessuno muore per se stesso: questa è la vocazione del cristiano, quale era Giorgio, e anche del politico», ha sottolineato Malnati, che ha portato ai familiari e alla giunta comunale anche le condoglianze del vescovo Enrico Trevisi, assente alle esequie «perché in pellegrinaggio a Lourdes con gli ammalati della diocesi».
Sull’altare a San Giusto c’erano invece il vescovo emerito di Trieste Giampaolo Crepaldi e padre Rasko Radovic, il parroco della chiesa serbo ortodossa.
La lettura della Lettera di san Paolo apostolo ai romani è stata affidata dal consigliere regionale Carlo Grilli, amico di Rossi e al suo fianco anche nel percorso politico.
A leggere il Vangelo, invece, è stato padre Luigi Moro.

Alla fine della cerimonia, il sindaco Dipiazza ha letto una lettera speditagli dall’ex prefetto di Trieste, Pietro Signoriello, che ricordando Rossi parla di «un uomo speciale ed insostituibile e mi pare impossibile che non ci sia più». Poi il sindaco, con la voce rotta e asciugandosi le lacrime, ma ricordato il rapporto che lo legava a Rossi: «Abbiamo condiviso molti momenti indimenticabili, a volte ci sgridavamo, ma poi ci abbracciavamo perché ci volevamo bene».
La sofferenza di Dipiazza in questi giorni è stata palpabile: il dolore per la perdita di una delle figure più importanti della sua vita lo ha segnato. I suoi ricordi, nei racconti, sono tornati spesso alle prime esperienze politiche assieme a Rossi, alle decisioni anche complesse prese insieme, a quel rapporto andatosi a consolidare fino a diventare fraterno: «Ciao Giorgio, amico mio, ci rivedremo in cielo», così lo ha salutato per l’ultima volta prima che il feretro lasciasse la cattedrale.
Al termine della cerimonia, il presidente Fedriga ha evidenziato come Rossi abbia «segnato la storia dell’amministrazione cittadina lavorando per tanti anni a fianco del sindaco Dipiazza; era una persona determinata nel portare avanti le cose in cui credeva e aveva un rapporto genuino con la città».
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