GIUDICI CORAGGIOSI
Forleo, De Magistris due magistrati di nuova generazione rispetto ai giudici degli anni '90, quelli di tangentopoli per intenderci, che per facile analogia potrebbero essere assimilati rispettivamente a Ilda Boccassini, soprannominata ironicamente "Ilda la rossa" per colore di capelli e per attribuzione politica, e l'arcinoto Antonio Di Pietro, divenuto simbolo di "Mani Pulite". Le indagini di Catanzaro e di Milano, pur diverse per contenuto, rappresentano bene il clima del Palazzo: tutt'altro che disteso e coeso, piuttosto frazionato e conflittuale come in tutte le brave famiglie tese ad apparire linde all'esterno, ma deflagrate all'interno.
Dunque la storia si ripete? Sono i corsi e ricorsi di antica memoria? Giambattista Vico aveva ragione? Al di là di superficiali analogie, la vicenda è proprio diversa. Quello che invece accomuna questi ultimi anni di storia patria è il difficile rapporto del sistema politico con la giustizia, è l'opinabilità del limite di un potere rispetto a un altro, è la distonia tra quanto previsto nella Carta Costituzionale e il debordante comportamento di coloro che, in quanto eletti dal popolo, ritengono di poter godere di una implicita legittimazione che diviene immunità, di una licenza ampia ad agire sempre e comunque per il "bene della comunità", anche violando le norme di legge, con diversi livelli di consapevolezza, con diversi livelli di responsabilità. Ai cittadini tutto ciò appare una storia che si ripete, anche se i protagonisti sono diversi e gli interessi di diversa intensità: ma l'arena è la stessa, e il tema ancora è potere e giustizia, giustizia e potere, dove le norme divengono a geometria variabile, quando a subirle è il potere politico, rispetto a un comune uomo della strada.
Viviamo in una società di presunti uguali, ma diversi a causa di leggi diversamente applicate a seconda delle storie, sensibilità, coerenze. Sembra dunque che le caste al proprio interno rivelino delle crepe: non dunque casta contro casta, ma pezzi dell'una sintonica con pezzi dell'altra, al di là del dispositivo di legge che vincola a una imparzialità indiscutibile. In epoche diverse, in verità, tutte le caste sembrano al loro interno rivelare crepe, più o meno grandi. Questa dinamica conflittuale interna, che produce effetti anche all'esterno, può essere considerata benefica per la democrazia e per il rinnovamento istituzionale: non mera riproduzione di schemi comportamentali tesi alla conservazione del potere e di metodi di gestione dello stesso, ma vitale reazione alle regole di un gioco non condiviso fatto di pressioni e di condizionamenti sussurrati, allusi, raccomandati.
Vitalità istituzionale, o tratti di personalità che debordano dai limiti imposti da una presunta compostezza di ruolo? Un po' dell'uno, un po' dell'altro, poiché senza un background di personalità forte non si avrebbero reazioni deontologiche coraggiose e coerenti, piuttosto mera acquiescenza per convenienza. Andare in prima linea è comunque rischioso, ed espone a tensioni non facili. Anche il protagonismo di cui spesso questi soggetti vengono accusati non costituisce un tratto negativo, se dietro c'è un fondamento consistente di verità: fatti ed episodi che giustificano indagini che per essere intraprese devono disporre di coraggiose azioni, anche sul piano del sacrificio personale e del rischio per sé e per i propri cari. Dunque, indipendentemente dalle direzioni delle indagini, ben vengano figure di magistrati che guardano al proprio ruolo con una carica di idealità e di coraggio, come il cittadino s'immagina, come vorrebbe che fosse, come dentro di sé elaborato e rappresentato: se i magistrati questo non sono, che altro devono essere?
Insomma il giudice che noi sogniamo è senza macchia e senza paura, più Zorro che interpreta e difende le persone indifese che un soggetto capace di perdonare, soprattutto quando il perdono costituisce un vantaggio per gli audaci colpi dei soliti noti.
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