Gnesda, l’architetto triestino che ha disegnato il nuovo museo dell’immigrazione a New York
TRIESTE
C’è la firma di un architetto triestino sul progetto del nuovo Museo dell’immigrazione di New York, un grattacielo alto più di cento metri che sorgerà sulla punta estrema del Battery Park di Manhattan, e che sarà il primo al mondo interamente rivestito da una struttura simile a una gigantesca «pelliccia» in aste di kevlar, tessitura destinata a simulare un campo di grano mosso dal vento. Il progetto, intitolato appunto «The walz of the wind», il «valzer del vento», messo a punto dallo studio Fresh architectures di Parigi, ha partecipato al concorso indetto dal Museo della città dei New York e da Arquitectum, istituzione privata tra le più innovative negli Usa, superando altre 280 proposte dei migliori studi di architettura.
E della Fresh architectures fanno parte tre giovani architetti, uno francese e due italiani: Julien Rousseau (promotore dell’iniziativa e capo progetto), Luca Battaglia e Ulisse Gnesda, 33 anni, triestino, in Francia dal 1986. «Abbiamo vinto il primo premio per la Torre museo dell’immigrazione - racconta Gnesda - con un’idea del tutto nuova, qualcosa che da un lato si distingue dal concetto delle torri tradizionali, dall’altro è perfettamente in accordo con la sky-line di Manhattan». Nelle intenzioni di Gnesda e dei suoi soci la torre «dovrebbe essere un segno architettonico forte per la città stessa e allo stesso tempo il simbolo della dinamica multirazziale e dell’armonia multietnica».
Elemento caratterizzante sarà la «pelliccia» che coprirà interamente il grattacielo, un’idea mutuata dalla bio-archiettura e realizzata con un rivestimento fatto di lunghe aste in kevlar, la stessa fibra sintentica polimerica utilizzata nelle aste degli atleti del salto in alto, e che secondo il progetto ondeggerà alle correnti del vento e ai raggi del sole simulando un campo di grano, «simbolo - spiega Gnesda - della grandezza degli spazi americani come anche la nozione di colonizzazione, polline, vento, semenza». In più, la struttura in aste di kevlar avrà la funzione di ridurre l’«effetto Venturi», quella turbolenza generata dai grattacieli a livello della strada che ha finora costretto i progettisti a munire la base delle torri di ampie tettoie per proteggere i pedoni: «Questo tipo di facciata - aggiunge Gnesda - potrebbe essere la soluzione per spezzare il fastidioso e pericoloso meccanismo naturale dell’effetto Venturi». Non solo, ma l’oscillazione delle aste in movimento servirà a produrre energia, mentre la parete mobile sarà una parasole naturale per le facciate e potrà permettere una migliore efficacia nell’isolamento termico. Nessuno, finora, ha mai tentato un esperimento del genere.
La torre sarà alta più di cento metri, avrà la base all’estremità di un lungo molo e sembrerà uscire direttamente dal mare. Il museo occuperà cinque piani per un totale di mille metri quadrati, avrà magazzini, reparto di manutenzione, uffici e self-service. Nelle sale saranno esposti effetti personali, memorie, fotografie, cimeli di quella nuova generazione di immigranti che - dagli anni 60 in avanti - sono sbarcati a New York inseguendo il sogno americano. Nei piani superiori è previsto un auditorium, due terrazze panoramiche, una in posizione intermedia, l’altra sulla sommità, e una biblioteca.
Un progetto del tutto innovativo, dunque, eco-sostenibile, in linea con la filosofia dello studio parigino che da tempo lavora intorno all’idea di edifici perfettamente inseriti nel paesaggio e nell’ambiente, mettendo insieme tecnologia e studio delle volumetrie, con un occhio particolare alla «pelle» degli edifici stessi. «Non sappiamo ancora quando verrà realizzata la torre - dice ancora il giovane architetto triestino -, né quanto costerà; ma intanto già il fatto che la nostra idea l’abbia spuntata su tutte le altre in concorso è una grande vittoria e un grande riconoscimento per il nostro lavoro». Ulisse Gnesda vive a Parigi da quando aveva 12 anni. «Mio padre Sergio - racconta - era il direttore tecnico dell’Aquila, e quando nel 1986 l’impianto venne dismesso gli fu offerto un posto a Parigi. Ci trasferimmo tutti lì, assieme a mia sorella Amarilli e a mia madre Diana Mitri, insegnante di matematica e fisica».
A Parigi Ulisse Gnesda ha compiuto gli studi, laureandosi in architettura con Yves Lion, fondatore della scuola di architettura di Marne-la-Vallée e del gruppo Cooparchi, progettista pluripremiato (l’anno scorso ha vinto il Grand Prix de l’urbanisme). Proprio con Yves Lyon, Ulisse Gnesda ha mosso i suoi primi passi da architetto, fra l’altro collaborando con lui alla realizzazione dell’ambasciata francese a Beirut. Poi, nel 2006, la decisione di mettersi in proprio, aprendo lo studio Fresh architectures (www.fresharchitectures.eu) assieme a Luca Battaglia e Julien Rousseu. Da subito i programmi del gruppo, che si avvale di un pool di giovani collaboratori fra ingegneri e paesaggisti, si sono dimostrati ambiziosi: «Vogliamo essere innovativi e anche un po’ impertinenti - afferma Gnesda -, convinti che il lavoro dell’architetto nasce dalla tensione tra la necessità d’inserire e quella di creare, tra il posizionarsi nella realtà con un approccio modesto, e il far nascere nuove idee».
Di qui la ripartizione dello studio in tre sezioni complementari: Fresh Labo, laboratorio di ricerca «pura» (da dove è uscito il progetto della torre-museo di New York), Fresh In, che si occupa dello studio di interni, e Fresh Out, dedicato a edifici, spazi urbani e strutture pubbliche. Ma pur vivendo e lavorando da tanti anni in Francia Gnesda non ha dimenticato la sua città natale, tanto che l’attuale Piazza dell’Unità porta anche la sua firma: «Ho collaborato con Huet e gli architetti Ceschia-Mentil alla stesura del progetto - ricorda - e ho anche partecipato alla gara d’idee per l’ex Pescheria, ma il nostro progetto non è quello che ha vinto».
E siccome Gnesda torna a Trieste «almeno due volte all’anno», intevitabilmente il suo occhio di architetto osserva la città in una prospettiva futura: «A Trieste - osserva - la grande scommessa per il futuro anche architettonico della città passa attraverso la riqualificazione del Porto Vecchio; dopo la caduta dei confini Trieste si trova davanti un orizzonte nuovo, molto più ampio, e quindi credo sia tempo che la città integri i suoi progetti urbani in una scala geografica globale, con uno sguardo più ampio; va da sé che pur stando qui a Parigi il nostro studio guarda con attenzione a quanto avviene a Trieste, e di certo parteciperemo volentieri a qualsiasi concorso d’idee che possa servire a dare di Trieste un’immagine nuova, davvero di città al centro dell’Europa».
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