Gorizia, l’arcivescovo Redaelli: «Il segno della croce è un riferimento al Signore»
«Molte volte i ragazzi della prima Comunione dimostrano di non saperlo fare»

GORIZIA. «Sento a volte i catechisti che si lamentano perché i ragazzi che iniziano il cammino della prima Comunione non sanno neppure fare il segno di croce. Segnale probabilmente, purtroppo, di una totale assenza di un riferimento al Signore nelle loro famiglie. Ma ciò che bisogna insegnare a quei ragazzi non è anzitutto a fare il segno di croce, quanto piuttosto a sapere che sono figli e figlie di Dio, amati dal Padre, salvati da Gesù e guidati dallo Spirito Santo e che per questo vivranno per sempre, perché già risorti con Cristo».
Su questa riflessione l’arcivescovo di Gorizia Carlo Roberto Maria Redaelli ha imperniato l’omelia della messa di Pasqua, in Sant’Ignazio. Il presule ha invitato tutti alla riflessione. «Questo - ha detto - è il dato fondamentale della nostra fede, che anche noi adulti dobbiamo riscoprire con gioia. E questa riscoperta può cambiare la vita. La Pasqua ci aiuti in questo».
Redaelli ha parlato anche della necessità di cercare le cose di lassù «ma sapendo che questo “lassù” non è un generico aldilà, ma è dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. Non si tratta tanto di un’indicazione spaziale, di luogo, ma di relazione. Le cose di lassù sono le realtà che stanno a cuore a Gesù e a chi vive in comunione con Lui. Sono le realtà che ci vengono presentate dal Vangelo e che sono contrapposte a quelle della terra». L’arcivescovo ha ricordato anche come la scorsa notte nella veglia pasquale in cattedrale, Valentino, un giovane afghano di 28 anni, ha ricevuto il battesimo. «È cominciata per lui la vita eterna di figlio di Dio e gli viene chiesto di essere coerente con questa novità di vita. Lo sa bene, si è preparato a lungo per questo cambio radicale di vita, che affronta con coraggio. Noi, battezzati da piccoli, abbiamo avuto il dono di entrare fin dai primi giorni della nostra esistenza fisica nella vita stessa di Dio. È un grande regalo che ci fa il Signore e dispiace constatare, se le statistiche sono esatte, che alla maggior parte dei bambini che nascono a Gorizia – pochi, ma ci sono – questa grazia viene negata, perché i genitori non chiedono per loro il battesimo (e forse i cristiani amici, o comunque vicini ai genitori, non sono di aiuto a richiamare l’importanza di questo dono…). Dicevo che noi battezzati da piccoli abbiamo avuto un grande dono, però allora non ne eravamo consapevoli e crescendo e maturando nella vita forse quella consapevolezza non l’abbiamo acquisita fino in fondo».
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