Il racconto della vita sulla frontiera tra Gorizia e Nova Gorica: «Un confine che c'è e non c'è»

Mara Cernic racconta l'esperienza di chi vive a cavallo di due mondi: «La libera circolazione è una conquista preziosa, no ai nostalgismi che dividono la comunità»

Alex Pessotto
Mara Cernic in piazza Transalpina a Gorizia (foto Tibaldi)
Mara Cernic in piazza Transalpina a Gorizia (foto Tibaldi)

Come definirebbe il confine Gorica-Nova Gorica?

«Come l’uomo invisibile».

Per quale motivo?

«C’è e non c’è. Si sta facendo di tutto per creare una città senza confini ma, quando si entra nella concretezza, ci si accorge che il confine esiste ancora».

Andrebbe abbattuto?

«Sì. È una pietra aguzza, ma non va rimosso: fa parte della nostra memoria e rimuovere pezzi di memoria sarebbe grave».

Però, alla Transalpina, il confine non si vede più. Non era meglio mantenerlo, almeno in parte, anche per i turisti?

«Al contrario. È giusto che un turista non se ne accorga, comprendendo la strada è stata fatta, riassunta nel mosaico al centro della piazza. E poi, alla Transalpina, è stato anche realizzato l’Epicenter che ben racconta il nostro passato».

I suoi ricordi legati al confine sono più belli o brutti?

«Per lo più brutti. L’ho vissuto come una limitazione fin da quando, nella mia prima casa che ho abitato, in via Brigata Etna, al confine molto vicina, era presidiato da guardie con cani e armi. Avevo una percezione del mondo parziale, appunto “confinata”, anche a livello spaziale, amministrativo, mentale e così via. Dopo tutto, il confine è pluridimensionale: non è solo fisico, come insegna Basaglia. Certo, lo si poteva passare, ma la prepustnica dava pur sempre un’idea di controllo».

E da un po’ i controlli sono tornati. Come li valuta?

«Male. Una delle più grandi conquiste dell’Unione europea è la libera circolazione delle merci e, ancor di più, delle persone. Chi vive in questo territorio può capire più di altri il prezzo della libertà, quanto è preziosa».

Ritiene che la nascita nell’area transfrontaliera abbia influenzato molto il suo percorso di studi, il suo lavoro, la sua identità?

«Siamo il prodotto dell’ambiente in cui viviamo. Quindi, la nascita transfrontaliera mi ha influenzato eccome, soprattutto per la mia capacità di mettermi nei panni dell’altro, di riuscire a stabilire un’empatia. Sono sempre un po’ di qua e un po’ di là. La mia è un’identità sfaccettata, eppure forte, legata a questo luogo e alla gente che lo abita. Del resto, anche il fatto di avere padre sloveno e mamma italiana è stato determinante per farmi diventare ciò che sono».

Davvero nessun dubbio sull’opportunità di un’integrazione fra le due città?

«Considero l’integrazione uno spazio urbano unico, dove le persone possono svolgere la propria vita. Quindi, la ritengo giusta. In questo spazio ci sono lati in comune, ma anche diversità e, con le diversità, è importante confrontarsi».

Quanti passi in avanti sono stati fatti per l’integrazione?

«Parecchi: in molti si muovono tra le due città. Abito nel quartiere di Montesanto e vedo tanti sloveni che vengono a Gorizia anche per convenienza economica: è normale che sia così. D’altra parte, vedo tanti italiani che frequentano Nova Gorica».

E i passi da fare?

«Anche in questo caso, sono parecchi. Penso al tema della lingua, che è sinonimo di identità. Tutte le scuole di Gorizia e Nova Gorica dovrebbero prevedere l’insegnamento di italiano e sloveno. E poi occorrerebbe contrastare alcune frange estremiste».

A cosa, a chi si riferisce?

«All’accoglimento dei reduci della Decima mas in municipio: un gesto anacronistico che genera conflitti. Come reputo vecchia la polemica relativa alla scritta Tito sul Sabotino».

Andrebbe tolta?

«Ormai fa parte del paesaggio. Non posso immaginare il Sabotino senza quella scritta come non lo posso immaginare senza la chiesa di San Valentino. Ma è assurdo continuare a parlarne: si alimentano contrapposizioni, discorsi sterili».

Quanto dureranno gli effetti di Go!2025?

«Dureranno, ma è difficile dire quanto. Si trasformeranno, diventando parte delle dinamiche quotidiane. Certo, la parte infrastrutturale durerà a lungo, come dureranno le collaborazioni che, a livello culturale, Go!2025 ha generato, consentendo l’organizzazione di tanti eventi».

Non tutto, con Go!2025, è andato bene?

«Non c’è stata una programmazione congiunta, ad esempio per quanto riguarda un piano futuro di sviluppo urbanistico. Finora, è stato fatto un solo Consiglio comunale transfrontaliero. E poi il Gect, con la creazione dello Zavod Go!2025, è stato depotenziato».

Lo Zavod non andava istituito?

«Dal punto di vista strategico no. Ma è chiaro perché gli sloveni lo hanno voluto».

Appunto, secondo lei perché l’hanno voluto?

«Perché non credevano a sufficienza nel Gect e volevano tenere sotto controllo il flusso finanziario legato a Go!2025».

Sembra pronta a tornare in politica.

«Non lo escludo, ma sono un po’ perplessa. Ho fatto sempre una politica legata alla comunità, ma, nella politica di oggi, alla comunità non ci sono riferimenti. Piuttosto, il riferimento è in maniera più esasperata agli interessi di sempre».

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