Gusti di Frontiera, un nuovo logo che unisce l’enogastronomia alla città

L’ideatore: «Pochi colori ma accesi, vibranti e capaci di attirare l’attenzione»

Alex Pessotto
La nuova immagine grafica di Gusti di frontiera Foto Daniele Tibaldi
La nuova immagine grafica di Gusti di frontiera Foto Daniele Tibaldi

Una kermesse come Gusti di Frontiera, paradossalmente, potrebbe far leva su una promozione minima: una volta comunicate le date del suo svolgimento, la corazzata ha numeri così importanti che andrebbe avanti da sola: negli anni la si è costruita una reputazione tale che ormai rappresenta un appuntamento fisso, imperdibile, non solo per il pubblico locale, ma anche per migliaia di visitatori provenienti da tutto il Friuli Venezia Giulia e pure da altre regioni, nonché da qualche altro Paese, Slovenia in primis.

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L’idea

Comunque, meglio non abbassare la guardia, meglio solleticare la curiosità, tenere alto l’interesse. Anche perché ogni edizione è chiamata a distinguersi dalla precedente, offrendo qualche novità, ad esempio per quanto riguarda la grafica: una bella immagine, si sa, facilita il lavoro di comunicazione, rimane impressa al pubblico e, appunto, non lo lascia indifferenti.

Costituisce pur sempre il primo contatto con la manifestazione, il biglietto da visita che accompagna manifesti, locandine, social network, programmi e altri materiali vari.

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Ecco che tra i cambiamenti di Gusti pensati per il 2026 l’amministrazione comunale ha voluto un rinnovamento dell’identità visiva, grazie al lavoro dello Studio Anthes di Udine, che se ne occupa già da qualche anno. Le prime bozze di un lavoro già cominciato in inverno risalgono a maggio, a giugno la finalizzazione. Il percorso è stato sviluppato attraverso diversi confronti con la Giunta, con l’obiettivo di individuare una soluzione capace di raccontare lo spirito di Gusti senza ricorrere a formule già viste.

La nuova immagine non nasce quindi da un’intuizione estemporanea, ma da un complesso processo di studio e affinamento che ha interessato tanto gli aspetti estetici quanto quelli comunicativi.

La scelta

«Abbiamo ragionato a lungo su quali potessero essere i concetti portanti. È stata creata una tovaglia, realizzato un patchwork grafico, con simboli che possono essere ben incastonati a seconda del formato dei materiali promozionali. Sono simboli che ben si adattano a un’atmosfera di allegria, condivisione, festa. E, in fondo, Gusti di frontiera dev’essere una festa a tutti gli effetti. Abbiamo allora optato per una paletta cromatica volutamente ridotta: pochi colori, ma molto accesi, vibranti, che attirano immediatamente l’attenzione. Questi poster possono allora essere visti come murales». Queste le parole di Mauro Ciani dello Studio Anthes quando, ieri, in municipio, l’immagine è stata mostrata e illustrata. La scelta grafica mira appunto alla versatilità: è stata concepita per adattarsi con facilità ai diversi supporti, dai grandi manifesti ai contenuti digitali, senza perdere efficacia o riconoscibilità.

«Abbiamo cercato», ha ancora detto Ciani, «di rispettare l’identità di Gusti, di non stravolgerla perché ciò rischierebbe di rendere l’evento meno riconoscibile. Questa volta, la grafica “riempie” molto, con il bianco, attorno al logo, che ha un ruolo tutto sommato marginale».

I contenuti

Tra gli elementi che compongono l’immagine, qualcuno è già stato utilizzato in passato come il ponte di Salcano e il mosaico di piazza Transalpina, chiari richiami all’area transfrontaliera, ma erano già state utilizzate anche le “cipolle” della chiesa di Sant’Ignazio, che vengono riproposte. Tuttavia, gli elementi del patchwork non si collegano solamente al territorio, ma anche, come prevedibile, al mondo dell’enogastronomia.

Il logo di Gusti di Frontiera è saldamente al centro. Per il resto, c’è una forchetta, c’è un pomodoro, c’è un brezen, c’è un uovo, c’è uno scolapasta, c’è una salsiccia, c’è un succulento panino. E l’elenco potrebbe continuare. Il tutto dando vita a un’immagine che non presenta la città e la kermesse in chiave didascalica, ma la vuole raccontare in un’ottica pop e, tutto sommato, anche ironica, certamente impattante. Ed è giusto che sia così: a cosa deve servire un’opera grafica se non a colpire, a incuriosire?

 

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