HILLARY È TORNATA

Hillary si prende la rivincita su sondaggi e avversari e vince nel New Hampshire. Obama deve cederle il passo, sia pure di misura. Una vittoria tonificante per l'ex-first lady che vuole rientrare alla Casa Bianca dall'ingresso principale. Una sconfitta nell'Est avrebbe lasciato un segno profondo in una corsa che solo pochi mesi fa sembrava senza ostacoli. Forse Hillary non avrebbe gettato la spugna: lasciare senza combattere non è nel suo stile ma la sua immagine ne sarebbe uscita ulteriormente deteriorata. E, inevitabilmente, avrebbe consentito a Obama di occupare le praterie dell'immaginario collettivo. Praterie evocate oggi dal nuovo mantra americano: la parola " cambiamento". Obama continua a interpretare la voglia di cambiamento dei giovani che, anche nel New Hampshire, lo hanno votato in massa. Ma gli elettori, affluiti in gran numero alle urne, cominciano a porsi delle domande sul dopo: governare è diverso dal vincere una campagna elettorale.


E su questo piano Hillary appare in vantaggio: perché dispone di maggiore esperienza, saperi e relazioni del fascinoso senatore dell'Illinois. Certo Obama solleva entusiasmi che solo John e Robert Kennedy avevano suscitato. "L'obamageneration" cresciuta a Mtv e Internet lo adora e affolla i suoi elettrici comizi. Entusiasmo che rivela una rottura generazionale, di tipo culturale prima ancora che politico, tra gli americani. I più giovani interpretano il "cambiamento", più che sul terreno dei programmi politici, su quello della richiesta di una leadership in maggiore sintonia con i loro linguaggi e aspettative. Ai loro occhi Hillary appare irrimediabilmente datata: a quarant'anni dal '68, avere molto più di quarant'anni appare, oggi come allora, più che una colpa, un "delitto" imperdonabile. Si capisce così come l'impietosa foto che ha messo a nudo le sue profonde, e naturali, rughe abbia sollevato tanto scalpore. Per ragazzi a stelle e strisce che, da quando sono nati, hanno visto alla Casa Bianca solo la dinastia Bush e Bill Clinton, l'avvento del secondo partner della premiata ditta Clinton & Clinton sembra un ritorno al passato. Così votano la "faccia fresca" di Obama. Ma i giovani sono solo una parte dell'America.


Le donne, che nello Iowa avevano scelto Obama, hanno votato questa volta in maggioranza Hillary, privilegiando più che la solidarietà femminile, la sua concretezza programmatica, le sue posizioni senza ambiguità sul tema dell'aborto, la sua storica primogenitura nella battaglia per l'estensione dell'assistenza sanitaria. Dunque Hillary, frettolosamente data per scomparsa da commentatori e sondaggisti, "è tornata". E la gara per la nomination si fa più aperta. Anche perché in molti stati le prossime primarie, soprattutto nel "supermartedì" di febbraio, vedranno votare solo gli iscritti all'Asinello e non, come sin qui è avvenuto, anche gli indipendenti. Allora conterà la forza della macchina del partito, schierata nettamente con la Clinton. Un ritorno anche in campo repubblicano, dove vince John McCain. L'anziano senatore dell'Arizona, non troppo amato dall'establishment dell'Elefantino ma che esprime al meglio la sua tradizionale cultura politica, depurata dalle contaminazioni degli ultimi decenni con la destra religiosa e quella ideologica dei neocon, lascia al palo i suoi rivali.


Huckabee non riesce a replicare il successo dello Iowa in uno stato in cui la destra evangelica non è radicata. Il mormone Romney giunge ancora una volta secondo, risultato che lo lascia sperare ma non lo fa decollare. Ancora una volta affonda Rudy Giuliani. L'ex-sindaco di New York continua a rimandare le sue chance alla sfida di fine mese in Florida ma la sua dura sconfitta segnala che nella domanda di "cambiamento" c'è anche la voglia dell'America di voltare pagina. L'identificazione troppo stretta tra "l'eroe dell'11 settembre", gli anni bui della "guerra al terrore", i temi della "presidenza messianica" di Bush, nuoce a Giuliani in un momento in cui l'America torna, finalmente, a volgere lo sguardo al futuro. Le vittorie di Hillary e McCain dicono che gli americani vogliono cambiare ma chiedono anche leader capaci di governare.

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