Identità nazionali? Berlino e Parigi vengono prima di Budapest

Omar Monestier

Nel giorno in cui le capitali del Vecchio continente davano il via libera al Recovery italiano, Matteo Salvini si accodava a Giorgia Meloni nella sottoscrizione di un documento di sostegno alle identità nazionali nel quale compare, fra gli altri, un leader dall’europeismo recalcitrante come Viktor Orbàn. Potrebbe sembrare persino una buona idea se il concetto di identità fosse ricondotto all’interno di una condivisa unità europea con, appunto, la varietà di popoli, culture e lingue che ci contraddistingue. Lo scopo è invece arginare un presunto strapotere che la Ue sta assumendo a danno degli Stati membri.

È lecito che la politica costruisca nuovi percorsi. Quel che risulta indecente per uno Stato in perenne equilibrio fra floridezza e bancarotta, qual è l’Italia, è lasciar credere ai cittadini che esista una sua collocazione fuori dalla cornice di relazioni con le potenze similari, Francia e Germania soprattutto. Se il patto che esalta le identità ha per scopo chiedere danari all’Europa senza renderne conto, l’Italia immagina un azzardo che non è in grado di compiere.

Enrico Letta ha detto bene: non si può sostenere Draghi e andare a braccetto con Orbàn. Non sarà mai quello il nostro campo di gioco. E non lo sarà, infine, perché in alcuni Paesi dell’ex blocco comunista la tutela dei diritti sta scricchiolando. Non si tratta solo delle vessazioni alla comunità omosessuale. La Slovenia, che ha appena assunto la presidenza di turno dell’Ue, è stata censurata per le interferenze sull’attività della magistratura e per i tentativi di condizionare l’informazione. Dove compirà la sua prima visita il premier sloveno Janez Janša? A Budapest. Merkel e Macron saranno pure in disarmo ma è a Berlino e Parigi che Draghi ci porterà, soprattutto se succederà a Ursula von der Leyen.

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