IL BALZO DELL’EURO

Un dollaro sceso a poco più di 70 centesimi di euro forse dice poco dal momento che la storia del cambio con la nostra attuale moneta è breve. Provate allora a ragionare in lire, che per la maggioranza di noi sono ancora il metro di valore più significativo: è come se il dollaro oggi valesse 1400 lire. Se si considera che, crisi valutarie a parte, la moneta Usa aveva superato le 2200 lire, la discesa è del 40%. Trattandosi delle monete delle due maggiori aree economiche del mondo l'escursione, in altri tempi, sarebbe stata sconvolgente.


E invece non c'è allarme. Qualche preoccupazione sì, ma in generale il fatto viene considerato fisiologico. È considerato fisiologico negli Stati Uniti dove, anzi, è accolto con favore in quanto un dollaro estremamente debole può contenere un disavanzo commerciale di dimensioni paurose. Questo disavanzo si è formato soprattutto per le importazioni dall'Asia, molti Paesi della quale - Cina, Corea e Giappone in primo luogo - hanno accumulato riserve in dollari così ingenti da poter costituire nei confronti di Washington un'arma contrattuale, anche politica, potentissima. È questo il principale motivo che induce a ritenere possibile una ulteriore discesa del dollaro e, comunque, non prossima una inversione di tendenza.


In Europa le posizioni sono più articolate dal momento che molto diversa è la dipendenza dal cambio delle diverse economie. Presso la Commissione di Bruxelles come presso la Bce non solo non c'è alcuna preoccupazione, ma la forza dell'euro rispetto al dollaro è considerata positiva, se non altro perché in dollari sono pagati il petrolio e quasi tutte le principali materie prime. Un euro forte, dunque, è un potente alleato per ogni politica di contenimento dell'inflazione. Questo atteggiamento delle massime istituzioni europee riflette soprattutto l'atteggiamento della Germania e dei Paesi della area economica di sua influenza: Olanda, Austria, Finlandia.


Questi Paesi sono quelli che non solo hanno una lunga tradizione di moneta forte, ma sono anche quelli le cui imprese si sono maggiormente ristrutturate per conquistare una competitività non legata al prezzo. Basti ricordare che la Germania, con un euro già forte e in anni di sostanziale stagnazione, è diventata e si è consolidata come il maggiore esportatore del mondo e dal 2000, ossia in anni nei quali le esportazioni italiane sono risultate sostanzialmente piatte, ha aumentato le sue vendite all'estero del 40 per cento. Non c'è da stupirsi se il ministro tedesco dell'economia, rispondendo a chi gli chiedeva della forza dell'euro, ha esclamato "Ma io amo la moneta forte!" Ben pochi, invece, possono permettersi una tale affermazione in Italia. Il nostro sistema produttivo, si sa, è rimasto molto impostato sulla competitività di prezzo per cui un così forte apprezzamento della moneta nella quale sono espressi i suoi costi può creare serie difficoltà per le sue esportazioni non solo verso gli Stati Uniti, ma verso tutti i Paesi che hanno monete legate al dollaro. Si rimpiange il tempo di una lira legata alla moneta americana o, comunque, svalutabile quando alla competitività occorreva una iniezione ricostituente, ma quel tempo è definitivamente passato.


Mentre emerge, così, una conferma del ritardo col quale il nostro sistema produttivo va adeguando le proprie strategie alle regole di un mondo globalizzato e di una Europa integrata, emerge però, allo stesso tempo, anche un positivo rovescio della medaglia. Un euro forte non concorre solo a contenere l'inflazione, ma costituisce anche e soprattutto una opportunità per le imprese più dinamiche ed al passo con i tempi. Un euro tanto forte, infatti, consente di investire a costo più contenuto nell'area del dollaro - un'area con moneta debole, ma ricca ed evoluta - per aprire stabilimenti, tessere alleanze, comprare aziende, conquistare nuovi mercati. Ci sono imprese che lo stanno facendo, ma sono poche; troppo poche per un Paese che si appaga fin troppo della pur modesta crescita di oggi, ma pensa assai poco a creare le condizioni per la crescita degli anni a venire.
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