IL BANCO DI PROVA DEL LAVORO

Le politiche del lavoro rischiano di diventare il banco di prova sul quale l’accordo tra Prc e centrosinistra potrebbe infrangersi. Forse accadrà, forse no. Quando a palazzo Chigi c’era Berlusconi era Bossi che ad agosto minacciava divorzi, ora tocca a Giordano evocare la maledizione che incombe sui rapporti con i governi di centrosinistra. Rifondazione sembra giunto a un punto di svolta, stretto tra una crisi interna alla quale cerca di dare uno sbocco e la fatica ad accettare scelte riformatrici. Partito e elettori appaiono incerti se restare al governo (e come) o far saltare tutto. È dal giorno della visita di Bush a Roma che la sinistra radicale vive un disagio crescente. Il modello politico che l’aveva guidata fino a quel momento si è rivelato inservibile senza riuscire a rimpiazzarlo con un altro.


Il modello era quello del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, una formula sufficientemente ambigua da mettere insieme cose diverse, qualche volta opposte. La piazza vuota di Rifondazione e quella piena della sinistra antagonista quel giorno hanno aperto una frattura di cui le parole di Giordano (o cambiamo «radicalmente» la legge Biagi o si rischia la crisi) sono un tentativo di risposta. Ma che scopre la lacerazione di una forza che ha contribuito alla vittoria dell’Unione e via via che deve assumersi responsabilità perde pezzi del suo mondo di riferimento. Senza sapere come riagganciarli. O meglio: tenta di farlo con una manifestazione a ottobre che sarà una protesta contro il governo organizzata da chi sta al governo. Una contraddizione.


Ma per la sinistra massimalista scendere in piazza richiama un mito fondativo delle masse popolari, con le quali pensa di risolvere il travaglio che l’attraversa. Bossi esorcizzava il malessere leghista bagnandosi nel Po; Rifondazione nel corteo per il lavoro. Il Prc si espone però a un rischio: sancire in piazza la sua incompatibilità rispetto alla partecipazione al governo di una società moderna. Da una parte sembra sottovalutare le conseguenze del suo gesto, dall’altra scarica sugli alleati i problemi interni. Sotto questa duplice pressione, affiora la ragione profonda per la quale il Prc sembra entrato nell’Unione: cioè, più per battere Berlusconi che per un convinto accordo politico o per una vera elaborazione di cosa significhi gestire il Paese. Il timore dei nemici a sinistra, verso i quali non ha un simbolo da sventolare, né un messaggio convincente che impedisca il nascere di liste alternative, restringe il suo spazio politico.


E lo attrae in un’orbita centrifuga. Il responsabile economico di Rifondazione ha spiegato che non si tratta solo di intervenire sulla legge Biagi e sulla legge Treu, che hanno aperto le porte a una gestione flessibile del lavoro e fatto emergere il «precariato». Il Prc punta a rimettere in discussione la filosofia di fondo che sta dietro il sistema contrattuale: il fatto che «il costo del lavoro va abbattuto per essere competitivi». Ora, su questo punto Rifondazione tocca un nervo vero. La prima reazione dei riformisti è stata una difesa della legge Treu, approvata dal primo governo Prodi con l’assenso sia dei sindacati sia di Rifondazione, e della Biagi. Una difesa comprensibile, soprattutto dopo gli attacchi violenti del deputato di Prc Caruso, vicino ai centri sociali. Le due leggi, in realtà, spiegano gli esperti di diritto del lavoro, hanno contribuito a trasformare il lavoro «nero» in lavoro «grigio», cioè hanno fatto emergere e regolato situazioni prima occulte e hanno consentito di ridurre il precariato piuttosto che produrlo.


Forse lo hanno fatto in modo insufficiente, soprattutto riguardo la stabilizzazione delle assunzioni dei giovani, ma lo hanno fatto. Oggi però il quadro dell’economia mondiale è nuovamente mutato. Il sistema Italia scommette meno che in passato sulle delocalizzazioni, cioè sulla competizione di costo con le economie dei paesi emergenti, e deve giocare le sue carte sull’innovazione e la specializzazione. In questo caso, la ricetta è aumentare la produttività con una quota crescente di capitale relazionale e intellettuale nei prodotti e nei servizi. L’innovazione non riguarda solo i ricercatori che inventano, investe l’intero processo produttivo, perché consiste in un nuovo sistema d’impresa basato sulla conoscenza e la creatività. Se la sfida che abbiamo di fronte è questa, è chiaro che le leggi Treu e Biagi forse non sono sufficienti a garantire la flessibilità che serve al sistema. Se cioè, non è sul costo che si deve puntare, ma su qualità, il mercato del lavoro deve riorientarsi. Proprio qualità e conoscenza richiedono flessibilità.


Mentre il pericolo è che siano le aziende che non reggono la competizione su questo piano a ricorrere alla precarietà. La partita sul futuro assetto del mercato del lavoro, dunque, è aperta. Rifondazione legge la realtà con la lente dell’ideologia e sbaglia gli strumenti con i quali rispondere, ma il problema va affrontato. Per alcune ragioni. La ragione politica è che tra i ceti che prima avevano votato Berlusconi nel 2001 e che nel 2006 hanno scelto maggiormente l’Unione, ci sono i dipendenti del settore privato (ricerca Itanes). Quindi, il centrosinistra avrebbe interesse a prestare attenzione ai bisogni che salgono da questi settori che l’hanno premiata. L’altra ragione è che, finora, con la Treu e la Biagi, la flessibilità ha dato dei risultati che non vanno né sopravvalutati né demonizzati, ma con un limite: la legge è stata percepita negativamente dalla gente.


La flessibilità è stata letta come precarietà. Confusa con essa. Ora, non si può rispondere a una credenza con cifre statistiche. Una credenza si smonta solo con una credenza più forte. Il punto è che se la società vive la flessibilità come «insicurezza», occorre trovare il modo di salvaguardare le esigenze delle imprese, ma si deve agire affinché la flessibilità sia percepita in modo differente. Ecco un compito per i riformisti: passare dalla flessibilità insicura a quella sicura. Non sarà facile, ma non si parte da zero. Fra l’altro, alcune delle misure del protocollo sul welfare approvato di recente dal governo, vanno in questa direzione. La nostra Regione con l’assessore Cosolini vanta un’interessante esperienza in questo senso. In ogni caso, nella società contemporanea, l’economia mondializzata ha cambiato l’equilibrio tra capitale e lavoro e ha influito sugli stessi meccanismi di mercato. Occorre una politica nuova che regoli le ineguaglianze e le ingiustizie.


La flessibilità resta cruciale per le imprese e va distinta dalla precarietà, che va invece combattuta. Ma è anche vero che la flessibilità come la concepiscono le leggi Treu e Biagi forse risponderà sempre meno alle mutate condizioni della competizione internazionale, che richiedono una maggiore responsabilizzazione individuale. Il passaggio sarà decisivo. Rifondazione dovrà chiarire se vuole o no stare nelle istituzioni per contribuire a governare i processi dell’era globale. Forse la sua identità rischia di frantumarsi accettando le risposte del riformismo possibile. Se la crisi sarà inevitabile, almeno farà chiarezza. Ma anche il Partito democratico deve parlare. I nuovi problemi reclamano un ripensamento rispetto alle politiche tradizionali. Tutti stanno facendo i conti con i processi di modernizzazione che investono anche il nostro Paese.


A seconda delle risposte, si rivelerà la natura conservatrice o innovatrice delle forze di governo. Il centrosinistra non può non misurarsi con una nuova politica riformista del lavoro che sappia rispondere anche alle ansie sociali di cui Rifondazione si è fatta interprete in modo sbagliato. Può darsi che il governo Prodi debba cadere, ma cada sostenendo un progetto nel quale i diritti e la domanda di sicurezza siano riconosciuti dentro la logica del capitalismo globale e non fuori. Il Pd, il suo piano di allargamento del bacino elettorale e delle alleanze hanno senso se rappresentano una strategia non per stare al potere, ma per dare contenuti nuovi (e nuova equità) alla modernizzazione che bussa alla porta. Occorre un mix di innovazione e conservazione, di cambiamento e rassicurazione.


La disputa sul lavoro può aiutarci a capire che cosa intenda il Pd per andare al centro. Non il centro del sistema come mediazione geometrica tra partiti, ma collocarsi nel cuore dei processi offrendo una sintesi. Sul lavoro una risposta possibile a Rifondazione è che occorre insediarsi al centro dinamico della società e proporre soluzioni inedite. Chi dà speranza non diventa «centrista». Diventa «centrale».

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