Il canale Valentinis colonia di “granchi blu” e lampuga

Il primo a sobbalzare, davanti al vorace “immigrato marino”, era stato Italo, un pensionato monfalconese di oltre 70 anni. Che nella prima quindicina di settembre, lanciando la sua piccola rete al largo, nel golfo di Panzano, aveva tirato su nientemeno che il Granchio reale blu, nome scientifico Callinectes sapidus. Che si trattasse di un mirabile esemplare del crostaceo decapode - chissà come giunto al Mediterraneo dalle coste atlantiche americane - lui non lo sapeva. Ma intuendo immediatamente di essersi imbattuto in qualcosa di raro era corso da un amico più giovane, Albano di 62 anni, per mostrarglielo. E, visto che non sapeva cosa farsene, consegnarglielo in dono. Un destino segnato, dunque, per il Reale blu. Quello di finire tra i vapori di una pentola. Solo che, tra una foto e l’altra, per immortalare sulla lavastoviglie di famiglia l’imponente e bizzarra creatura marina, che da sola occupava poco prima un catino bianco di oltre 35 centimetri di diametro, l’intenzione aveva vacillato, venendo infine meno. «Troppo bello» per essere bollito: caso chiuso. Così l’amico Albano, senza pensarci due volte, aveva riportato il granchio nel suo habitat naturale, liberandolo (non prima dell’ultimo scatto) tra gli scogli di Marina Nova. Solo dopo, consultandosi nel mare magnum del web, ha appreso che il Callinectes sapidus può trasformarsi in un piatto delizioso, capace di incantare il palato e che ci sono almeno cinquanta modi diversi per impiattarlo.
La storia sarebbe anche potuta finire lì, sennonché l’altro giorno, leggendo Il Piccolo che riportava la notizia del primo avvistamento del Reale Blu a Grado, Italo e Albano sono trasaliti: forse che il crostaceo pescato due mesi prima a Panzano sia lo stesso catturato all’Isola del sole? O si tratta di un altro esemplare? Comunque, siccome anche nella pesca c’è orgoglio nell’esibire la preda, ieri mattina Albano ha voluto precisare che «il primo avvistamento nel golfo di Trieste va retrodatato a settembre», quando appunto l’ex muratore Italo aveva ritirato la sua rete negli specchi acquei del Monfalconese. «È stato lui il primo ad avvistarlo», ha precisato l’amico, raccontando la curiosa vicenda ed esibendo come prova il reportage fotografico. «È possibile si tratti dello stesso crostaceo, ma non è detto: il nostro granchio era molto grande: da solo, con le chele aperte, occupava quasi tutto il ripiano della lavastoviglie», ha precisato il 62enne. Nel caso in cui ci si fosse imbattuti in un secondo esponente della famiglia dei Portunidi potremmo dire che l’invasione del Reale blu è ufficialmente cominciata. Ma si tratta di una specie in grado di mettere a repentaglio la miticoltura locale? «Come granzopori e granzievole - spiega Michele Doz, presidente della Cooperativa pescatori di Monfalcone - il crostaceo, dalla mole imponente, si nutre prevalentemente di bivalvi, strappandoli con le chele e succhiandone il contenuto, oppure di anellidi, avannotti e carogne». In ogni caso, essendo le carni del Reale blu particolarmente pregiate (e dunque ricercate), un contenimento della specie è attuabile. «Anche altri pesci estremamente rari a queste latitudini - prosegue Doz - sono stati avvistati, per esempio la scorsa primavera lungo il canale Valentinis alla lenza di un pescatore sportivo ha abboccato una Lampuga o Coryphaena di 5 chili e mezzo». Una preda così non si era mai tirata su da queste parti, anche se da anni, sporadicamente nel golfo di Trieste, vengono avvistate. Si tratta di una specie di origine tropicale, «dai colori molto vivaci, dal giallo al verde», che «vive in alto mare e in acque calde, in particolar modo attorno alla Sicilia, ma per lo più tra Egitto e Libia». «Pure in questo caso - chiarisce Doz - si tratta di una carne prelibata, che può esser cucinata al forno». «Notiamo anche un aumento di pesci serra, lucci di mare, ricci e barracuda - conclude l’esperto - probabile conseguenza del riscaldamento del Mediterraneo; mentre specie autoctone, come le papaline o Sprattus sprattus, tipiche di acque fredde, risultano quasi scomparse». Con grande afflizione dei patiti di sarde e sardelle.
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